In una delle tante vite che ho vissuto. Due
Uno scrittore scopre che l’emozione di avere il suo nome sulla copertina di un romanzo dura meno dell’entusiasmo dell’editore che lo pubblica, e impara presto a distinguere il vero piacere, lo scrivere, dal piacere effimero, l’essere pubblicati.
Continuiamo la pubblicazione dei racconti “In una delle tante vite che ho vissuto” dell’amico Ennio Trinelli. Una raccolta agro-dolce con toni ironici, quasi autobiografica, che ci porterà a esplorare luoghi lontani e vicini, reali e virtuali.
Non hanno titolo, noi abbiamo deciso di rispettare la scelta dell’autore e di numerarli seguendo la cadenza di ricezione.
Ve li proponiamo anche in PDF in modo che possiate scaricarli e leggerli dove e quando preferite.
Buona lettura.
DUE
In una delle tante vite che ho vissuto sono stato uno scrittore che stava presentando il suo primo romanzo in una libreria cittadina. Avevo vissuto l’emozione, il pomeriggio precedente, di vedere sul maggiore quotidiano della città una foto a tutta pagina della vetrina della libreria completamente occupata dalla copertina del mio libro: fu una grande emozione. Ma per fortuna l’emozione di avere il tuo nome sulla copertina di un romanzo dura meno dell’entusiasmo dell’editore che ti pubblica, così mi abituai presto a distinguere il vero piacere, lo scrivere, dal piacere effimero, l’essere pubblicati.
C’era tanta gente in sala: mancava quello che ai tempi chiamavo il mio migliore amico che era sempre mancato a tutti gli appuntamenti che vedevano protagonista me e non lui. La nostra grande amicizia di cui parlava in ogni momento a chiunque, quasi sempre quando io non c’ero, alla prova dei fatti non esisteva. Era il momento di uscire dal sogno, che anche a me faceva comodo, dell’avere un amico sul serio. Non meno viscida era la presenza al mio fianco del critico che conduceva l’incontro, così untuoso da rendermi persino difficile rispondergli, essendo le sue domande del tutto prive di sincerità e tese a magnificarmi – inspiegabilmente. Avevo solo scritto un romanzo, non cambiato la storia del mondo, né pretendevo di farlo; non ero diventato presidente della Repubblica né avevo scritto una tesi scientifica che avrebbe cambiato la storia della fisica termonucleare; il mio romanzo non avrebbe cambiato il corso degli eventi; non stavo salvando vite con un farmaco rivoluzionario e non ero nemmeno uno a cui piacesse farsi leccare il buco del culo in pubblico; in più gli avevo chiesto, pregandolo di rispettare quel mio desiderio, di parlare del mio libro parlando di letteratura. Così mentre io parlavo di Victor Hugo e Mishima, della poesia di Hikmet e del minimalismo di Carver, del “Terzo libro delle Metamorfosi” e della “Trilogia della Fondazione” di Asimov, lui mi suonava il violino raccontando al pubblico il mio romanzo come una partitura musicale complessa che gli sembrava di ascoltare mentre ne leggeva le pagine; mentre io gli parlavo dell’importanza della musica nella mia composizione letteraria - scrivevo e scrivo ancora con auricolari e musica di sottofondo - e del potere evocativo della prima produzione di Philip Glass, lui raccontava al pubblico di come si fosse commosso leggendo il finale del romanzo; mentre rispondevo ad una sua domanda sulla secchezza delle frasi che scrivevo spiegandogli essere probabilmente dovuta al fatto che leggo in originale molti dei miei autori preferiti, almeno nelle lingue che conosco, lui magnificava il mio essere poliglotta.
Volevo vomitare.
L’incontrò finì, perché tutto ha fine, persino la gloria riflessa - figurarsi la mia, già morta prima di viversi. Uscendo dalla libreria (si erano vendute una cinquantina di copie) ci incontrammo con un conoscente comune che mi chiese se anche io sarei stato a cena con loro quella sera, per festeggiare il compleanno del critico che aveva appena presentato il mio romanzo. Risposi che della cena non sapevo nulla. Il viso del critico divenne color cenere, biascicò qualcosa di incomprensibile a cui io risposi dicendo che non ho mai amato le cene con troppe persone, dunque ritenevo la sua dimenticanza una benedizione. Ridemmo tutti e tre (uasch! uasch! uasch!) e io me ne andai a casa con due uniche certezze: offrire il proprio sostegno agli altri non paga quindi va fatto senza aspettarsi nulla in cambio, e non mi riferivo solo alla terrificante situazione famigliare del critico che non mi voleva tra i coglioni a cena e poi mi vomitava i suoi dolori addosso quattro giorni la settimana, e la certezza che ero solo e lo sarei sempre stato; infine il pensiero di dover considerare le persone che mi giravano attorno, e che in qualche modo ero io a scegliere, serpenti ai quali era stato tolto il veleno, ma non a sufficienza. Dunque cominciai ad allenarmi ad ascoltare il modo in cui mi parlavano e non ciò che mi dicevano. Ad osservare ciò che facevano invece di credere a ciò che raccontavano. Un training che ha dato risultati.
Era frattanto arrivato il tardo pomeriggio di quel sabato e per raggiungere casa mia camminavo sotto ai portici in una di quelle serate di nebbia padana così grigia da sembrare fumo da combustione di carbone. Sentendo dei passi dietro di me, mi girai istintivamente per guardare chi fosse e scorsi un bel viso dagli occhi neri e profondi, riccioli neri sulla fronte ad uscire dal cappello invernale di lana scuro a righe chiare. Dopo avere ricambiato lo sguardo in una maniera che conoscevo bene, il ragazzo si era toccato quasi impercettibilmente con pollice e indice l’interno della coscia, un gesto che conoscevo ancor meglio e che è tipico di una cultura straniera che oggi conosco come la mia. Non feci nulla, mi limitai a precederlo al portone di casa mia, ad aprirlo facendo scattare la serratura il più rumorosamente possibile e a lasciarlo socchiuso. Il resto fa parte di quella sorta di buona fortuna che mi permette di trovare consolazione in una bella sbattuta ogni volta che qualcosa mi ferisce, inspiegabilmente, andando ad incrinare rapporti affettivi e amicali che credo sinceri, oltre che consolidati. Il giovane aveva un certo talento, diciamo, e fu una lunga e gradevole serata di sesso e docce. Perché amo molto stare sotto la doccia con le persone con cui faccio l’amore: è bello lavarsi insieme dopo essersi insieme sporcati di quegli umori che fanno parte delle meraviglie del sesso. Rimasi però stupito, gradevolmente perché non mi era mai capitato, quando lui cominciò a lavarmi ventre e torace dopo essersi abbondantemente insaponato le mani. Lo imitai.
Non eravamo, nessuno dei due, sufficientemente in forze per finire a letto insieme di nuovo e così ebbi la fortuna, un’altra, di essere insieme oggetto e dispensatore di un’esperienza così sensuale e così intima, senza che dovesse seguire qualcos’altro. Quel ragazzo, Noureddine, aveva due fratelli quasi coetanei, di poco più anziani di lui e per diversi mesi, non so come successe, divisi le mie patetiche grazie tra tutti e tre. Ufficialmente nessuno sapeva nulla dell’altro, ma mi riusciva molto difficile credere ad una casualità così bizzarra: tre fratelli che vanno a letto con lo stesso uomo a distanza di un paio di giorni l’uno dall’altro, occupando sempre quel giorno su sette e ad ogni settimana che passava, era una catena la cui costruzione era difficilmente spiegabile come casualità.
Non sapevo granché di loro oltre a come facevano l’amore uniti da quello che consideravo un talento famigliare ereditario, quasi un prodigio genetico; poi successe che un tardo pomeriggio avvertii un odore leggermente acido nell’alito del più giovane dei tre che mi aveva baciato in bocca non appena entrato in casa: si trattava senza dubbio di cocaina. Dovevo chiudere quella bizzarra relazione a quattro, mai confessata in quei termini, perché il gioco si era fatto pericoloso. Senza che io facessi nulla, e assai prima che io fossi probabilmente in grado di decidere di dire basta, fu la Polizia a mettere la parola fine alla storia: li arrestò tutti e tre insieme e per lo stesso motivo qualche giorno dopo, in un parco cittadino. Non li avevano trovati col pisello in mostra ad offrirsi agli astanti, ma con qualche decina di grammi di cocaina in tasca. Di loro non sappi più nulla.
Nota: L’immagine iniziale è un’elaborazione di una foto di Pixabay.
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Chi è Ennio Trinelli
Ama definirsi divulgatore culturale per le numerose attività che svolge nell’organizzazione di festival letterari, teatrali, di cinema e cortometraggi; cura la direzione editoriale dei siti del circuito informativo di Gaiaitalia.com Notizie (www.gaiaitalia.com). Nato nel 1961 ha vissuto due decenni abbondanti di esperienza come conduttore radiofonico; pratica la critica teatrale con grande disappunto delle compagnie e persino la recensione letteraria con uno sprezzo del pericolo che lascia stupita persino la tastiera sulla quale digita. Cura la direzione artistica e l’organizzazione delle manifestazioni Weekendletterari Fest, e Urla dal Silenzio; ha collaborato con la rivista Linus per la quale curava la rubrica “Un mondo tutto queer”, ha vissuto di qua e di là come se gli facesse piacere. Legge moltissimo, ma non è l’unico difetto insopportabile di cui è portatore. Parla infatti cinque lingue e ne scrive correttamente tre. Nel corso del 2022 insieme a Giuseppe Sciarra e Andrea Natale ha dato vita al Gaiaitaliapuntocom Film Fest e ha scritto, diretto e prodotto la docu-serie “L’Ultima Transizione. Tra Presente e Futuro “ che ha vinto il premio per il miglior pilot al recente Apulia Film Festival. Tra i numerosi difetti spicca l’antifascismo, ma in tempi in cui questa è tanto soltanto una parola, potrebbe addirittura essere irrilevante. Da settembre 2024 riprenderà la cura del format in streaming live “La Vasca dei Pesci TV”. Ha pubblicato il romanzo “Vie di Scampo” e, in lingua spagnola, “El Fluir del Agua” mai uscito in Italia. Ha diretto il festival di Cinema LGBTI della Costa del Sol. È ancora vivo, ma prima o poi finirà anche questo. Senza particolare disappunto.
