Libri arcobaleno
Anche quest’anno celebrerò il Mese del Pride con una carrellata di libri a tema: romanzi, memoir, saggi, noir …
Giugno è il mese del Pride, per ricordare la rivolta del 1969 a Stonewall e per ribadire che i diritti vanno difesi perché c’è sempre qualcuno che ce li vuole togliere.
Anche quest’anno lo celebrerò con una carrellata di libri: memoir, saggi, romanzi, noir.
Dopo “Nido di vipere” e “Nell’oscurità del pozzo”, il commissario Giulia Magnani torna con una nuova indagine. “Nessuna pietà per i vecchi” di Flaminia P.
Mancinelli unisce suspense e approfondimento psicologico. Un romanzo per chi ama le indagini investigative e i misteri costruiti con pazienza, dettaglio dopo dettaglio.
Nebbia, risaie, vecchie mondine, cascine isolate e piccoli paesi dove tutti si conoscono. La Lomellina non è soltanto uno sfondo, ma una presenza costante che accompagna il lettore in una storia ricca di atmosfera e suggestione. Le mondine sono raccontate con amore. L’autrice nutre grande rispetto per queste donne che svolgevano un lavoro massacrante per salario misero spesso condito con soprusi e violenze. Tra segreti familiari e verità dimenticate, ogni scoperta sembra aprire nuove domande.
Giulia Magnani arriva in Lomellina dal suo amico patologo, Luca, in un novembre freddo e opaco. Dovrebbe essere solo una pausa da Roma, dal lavoro, da un dolore che non riesce a lasciarsi alle spalle. Ma il ritrovamento del corpo di un’anziana donna, morta solo in apparenza per una caduta domestica, la trascina subito dentro un’indagine in cui nulla è come sembra. In una terra dove tutti sembrano sapere e nessuno parla davvero, Giulia si trova a seguire tracce incerte, memorie deformate dal tempo, verità rimaste troppo a lungo nascoste. Perché in certi luoghi il male non arriva da fuori: cresce dentro le case, si annida nei legami, attraversa il tempo. Un noir teso e senza pietà, dove la famiglia, più che un rifugio, può diventare il luogo in cui il male mette radici.
Flaminia P. Mancinelli sostiene la comunità scrivendo, infatti, in tutti i suoi romanzi ci personaggi lgbtq. Ha iniziato nel 1997 con “Gli Insofferenti” e non ha mai smesso. Dopo aver pubblicato con alcuni editori, Mancinelli ha scelto l’autopubblicazione, i suoi libri si trovano su Amazon in versione cartacea e digitale.
Conosco Barbara D’Acierno da molti anni, “Lupo giù per terra” di per Bompiani è il suo primo romanzo.
Racconta la diversità entrando nel cuore dei personaggi, una lettura stimolante, che fa riflettere.
Francesca, primogenita di una coppia che vive sulle montagne della Campania, nasce coperta di peli neri, come un cucciolo di lupo. Passa la prima infanzia
in una casa da cui sono stati rimossi gli specchi, ma il confronto con gli altri bambini diventa inevitabile al tempo della scuola. Ferita dalla crudeltà altrui ma forte delle proprie risorse e di un'acuta intelligenza, Francesca crescendo si arma contro il mondo: sempre vestita di nero, dolcevita e maniche lunghe, affronta le complicazioni del liceo - siamo nel tempo esibizionista e sovraccarico dei paninari - con tenacia e ingegno. Andrà a studiare a Roma e nella città in movimento degli anni Novanta, tra scoperte, legami e dolori, inventerà la sua nuova famiglia. Un romanzo di crescita che a tratti sembra fuori dal tempo ma è sorretto da grandi eventi reali – il terremoto in Irpinia del 1980, la caduta del Muro di Berlino, il primo Pride italiano a Roma nel 1994. Francesca soffre e cresce, disegna la sua strada nel mondo, si sceglie gli eroi più giusti per lei - Lady Oscar, Freddy Mercury, Luxuria – e va dritta alla ricerca della sua libertà.
“Aprile è una strana stagione” di Gabriella Ambrosio per Felrinelli ritrae vita e avventura di un protagonista unico, che fa della duplicità della propria sessualità, dell’attrazione e della fascinazione per i due sessi, la ragione fondamentale del suo essere, la possibilità reale di divenire artefice della sua condotta e di sé stesso.
È la storia romanzata di un cineasta italiano realmente vissuto che, nato negli anni trenta, attraversa il Novecento, passando per tre continenti e
soprattutto due sessi: dall’infanzia napoletana degli anni del dopoguerra – dove la lingua di Gabriella Ambrosio, napoletana di nascita, si addolcisce in modo struggente –all’adolescenza in un collegio, fino all’età adulta con la paternità e insieme le più violente oscillazioni del pendolo della sua esistenza, amando uomini e donne ed essendo amato da entrambi, vivendo mille vite dentro una sola.
La complessità dell’amore e della sessualità umani ha dato spesso vita, in alcuni magistrali romanzi, a personaggi indimenticabili, capaci di dar voce ai propri desideri e ai propri sentimenti al di là delle convenzioni e dei pregiudizi sociali. Si pensi, ad esempio, a libri come “Orlando” di Virginia Woolf o a “Middlesex” di Jeffrey Eugenides. È la magia della letteratura, capace di addentrarsi là dove nessuna indagine psicologica o medica può: nell’impenetrabile problematicità della natura umana e del suo desiderio.
“Aprile è una strana stagione” di Gabriella Ambrosio è disponibile in libreria e online.
La copertina del romanzo presenta un'elegante fotografia in bianco e nero intitolata "Anar", opera della fotografa Lena Dunaeva.
“Wild Swimming” di Giorgia Tolfo per Bombiani, opera d’esodio tra autofiction e memoir, è stato candidato al Premio Strega, ma non è arrivato tra i finalisti.
Due giorni dopo essere entrate in contatto tramite una dating app, J. e la protagonista di questo romanzo si incontrano sul binario di una stazione londinese. Sanno poco l’una dell’altra, ma hanno scambiato foto delle loro librerie lasciando che siano i loro gusti letterari a parlare. L’attrazione fra loro è subito fortissima, l’intimità dei corpi precede quella dei pensieri. J. viene dal Canada, ha un compagno cui è legata da una relazione etica non monogama, è in fuga da un ricordo difficile anche solo da pronunciare. La narratrice è cresciuta in una piccola città veneta ma da quando ha diciotto anni vive in grandi città europee, alternando l’euforia di quegli spazi nuovi con un senso di sradicamento. Insieme trovano il coraggio per tuffarsi nelle acque non protette del desiderio e del dolore, per nuotare attraverso i fondali della memoria fino a trovare le parole per raccontare la propria storia.
Nata nel 1984, Giorgia Tolfo è una ricercatrice indipendente e attivista culturale. Nel 2012, dopo il dottorato in Letterature Comparate e Postcoloniali, si è trasferita a Londra dove ha co-fondato e co-dirige FILL (Festival of Italian Literature in London) e ora lavora presso The National Archives.
“Grande” di Ivan Cotroneo per la Nave di Teseo è un viaggio nell’amore filiale, di genitori affetti da demenza, un libro difficile ma Cotroneo è un bravo narratore oltre che sceneggiatore, ad esempio “Mine vaganti” e regista di serie quali “La compagnia del cigno”.
Il romanzo racconta la malattia, il sesso e la morte senza filtri, in maniera inedita, intrecciando il privato e l’universale, l’affetto e l’attrazione sessuale, in
una città calda e viva come Napoli, specchio del protagonista e delle sue avventure. Un libro audace, un viaggio che mette al centro della storia il corpo e attraversa la tenerezza di un figlio, la commedia umana, l’emozione e la ricerca di sé nell’amore degli altri.
Ernesto, sceneggiatore che vive tra Roma e Napoli, si trova improvvisamente a dover affrontare la malattia della madre, colpita da un Alzheimer che ne consuma identità e corpo. È costretto a gestire il progressivo crollo fisico e mentale della madre e, insieme, a scoprire il disastro economico nascosto per anni. Nel corso di un’estate torrida, mentre la vita famigliare si svela e si sgretola, Ernesto trova una forma di sopravvivenza nel desiderio e nella carne, nella scoperta di altri corpi: gli incontri in una Napoli d’agosto, tra locali notturni e strade deserte, diventano un contrappunto liberatorio al dolore dell’assistenza quotidiana. Nel continuo mescolarsi di amore e repulsione, tenerezza e rabbia, la relazione tra madre e figlio si spoglia di ogni ipocrisia, mentre Ernesto spinge le sue notti all’estremo.
Sono passati trent’anni dall’uscita di “Trainspotting” e molti lo stavano aspettando, Irvine Welsh non li ha delusi. In “Men in love. Il ritorno di trainspotting”, con la traduzione di Massimo Bocchiola per Guanda, ritroviamo la banda dei quattro, il ritmo indiavolato e quell’agrodolce che caratterizza l’autore scozzese.
Gran Bretagna, all’alba degli anni Novanta. Mentre l’era Thatcher è agli sgoccioli, la banda di Trainspotting è pronta a un nuovo inizio.
Sono lontani i tempi in cui Renton e Sick Boy erano sempre insieme, la musica di Iggy Pop e Lou Reed nelle orecchie, alle prese con avventure e trasgressioni sempre nuove, spingendosi oltre il limite. Non c’era rissa da cui si sarebbero tirati indietro o sostanza che non avrebbero provato. Ma poi Renton è scappato con i soldi di un traffico di droga e l’amicizia si è avvelenata. Sick Boy e gli altri che sono stati fregati – Franco Begbie, Spud Murphy e Second Prize – hanno giurato tremenda vendetta. A loro non è rimasto in mano niente, e dimenticata l’eroina e l’alcol -chi più chi meno- si sono dedicati all’eterna caccia di ogni uomo: la ricerca dell’amore.
È il romanticismo a muoverli adesso, tra rave e notti selvagge. Quando Sick Boy si innamora di Amanda, principessina ricca e viziata conosciuta in una comunità di recupero di ex tossici, e le chiede di sposarlo, per tutto il gruppo sembra presentarsi l’occasione per il riscatto. Sarà un matrimonio memorabile…
L’amore è la risposta a tutti i loro problemi, oppure è solo l’ennesima forma di dipendenza, destinata a deluderli?
Nato in Scozia, Irvine Welsh attualmente vive a Londra. Dai suoi romanzi sono stati tratti i film di successo Trainspotting e T2 Trainspotting, diretti da Danny Boyle.
Nel 1990 sono entrata in ASA-Associazione Solidarietà AIDS e continuo anche adesso a far volontariato. “Indifesi sotto la notte Narrazioni dell'AIDS in Italia tra gli anni '80 e '90” di Luca Starita per Minimum Fax, attraverso i testi di autori e autrici come Tondelli, Fortunato, Ferraresi, Bellezza e le testimonianze di persone che quegli anni li hanno vissuti (tra gli altri Guadagnino, Maraini, Gheno, Giartosio, Scarlini), l’autore ricostruisce un quadro
lucido e doloroso del modo in cui il virus Hiv ha terrorizzato, scandalizzato, destabilizzato la nostra società che non era – e non è – pronta a guardare in faccia la morte e a confrontarsi con il diverso, sempre usato come capro espiatorio per esorcizzare e allontanare da noi tutto ciò che ci spaventa.
Nel 1982 viene diagnosticato il primo caso di Aids in Italia. Nel 1984, i casi sono diciotto. Nel maggio 1991 superano i novemila, e sono in continua crescita. Al diffondersi del virus dell’Hiv si accompagnano la paura, la disinformazione e lo stigma sociale che colpiscono soprattutto persone omosessuali e tossicodipendenti, che si vedono isolate, colpevolizzate, non sufficientemente prese in carico dal sistema sanitario e spesso nemmeno circondate da una rete sociale e affettiva.
Il primo in Italia a rompere il silenzio angosciato che circonda l’epidemia è Giovanni Forti, un giornalista affetto dal virus, che nel 1992 in un articolo su L’Espresso offre la testimonianza della sua malattia. Morirà quello stesso anno. Suo marito, il giornalista Brett Shapiro, racconterà nel libro L’intruso la vicenda di Forti mostrando senza reticenze il calvario, il dolore, ma anche l’amore, la cura, e infine la perdita. Partendo da questo testo, Luca Starita analizza le narrazioni – letterarie e non – che dell’Aids sono state fatte in Italia tra gli anni ’80 e ’90, raccontando anche il modo in cui la politica e la società hanno affrontato o, più spesso, cercato di ignorare il problema.
Concludo con due libri dedicati al cinema.
“Specchio d'argento” di Olivia Laing con la traduzione di Katia Bagnoli per Il Saggiatore è una favola nera sul lato nascosto del cinema: una storia d’amore e celluloide nutrita dagli incubi degli anni di piombo e dai misteri che li hanno infestati; da tutti quei desideri seppelliti così in fondo dentro di noi da farci marcire.
Ciò che non si vede di un film è tanto importante quanto il film stesso. Su quello specchio d’argento che è lo schermo ogni cosa avvenuta durante le riprese
lascia traccia: i commenti volgari mentre si cambiano i riflettori, i copioni imparati a memoria nei camerini durante il trucco, i mozziconi di sigaretta gettati a terra nelle pause, le smorfie di stanchezza durante le estenuanti prove costumi. Tutto l’amore fatto, tutto l’odio subito, tutta la luce, tutta l’oscurità.
È quasi senza accorgersene che nel settembre del 1974 il giovane Nicholas, studente d’arte in fuga da Londra, si immerge in questo mondo di lustrini e illusioni. A Venezia incontra Danilo Donati, il geniale costumista e scenografo impegnato in quei giorni a disegnare i bozzetti per il Casanova di Fellini, e i due iniziano una relazione che ben presto li trascinerà a Roma, a Cinecittà, sul set. Per Nicholas è una folgorazione. Attraverso i suoi occhi scivoliamo come in un sogno tra calli di cartongesso e gondole di polistirolo, mentre attorno si aggirano, assieme ad attrezzisti, elettricisti e montatori, un allampanato e confuso Donald Sutherland in marsina rosa e un perennemente collerico e insoddisfatto Federico Fellini. Ma Roma significherà soprattutto l’incontro con Pier Paolo Pasolini, e con il progetto inquietante e impossibile che lo ossessiona. Attratti dal suo carisma e dalle sue visioni, Nicholas e Danilo lo seguiranno nella realizzazione di Salò, accompagnando il regista nella sua ricerca dell’abisso, tra ragazzi in divisa da repubblichini e feci di cioccolato, ville sul lago e borgate romane; fino al punto in cui Pasolini affronterà il suo destino, sulla spiaggia di Ostia, il 2 novembre 1975.
“All’amore non ci pensavo. Dal cinema al lesbofemminismo” di Giovanna Pala per Zephiro Edizioni, purtroppo solo in versione cartacea. In questa autobiografia l’autrice racconta la sua carriera nel cinema, iniziata negli anni ’50. Oggi ultranovantenne, dagli anni Settanta Pala si dedica all'attivismo femminista come membro del Collettivo Pompeo Magno di Roma. Nel 1971 è la prima, in occasione di una manifestazione a Parigi, a unire le mani a
formare l'organo sessuale femminile tale immagine viene pubblicata in copertina su "L'Espresso". Nel 1977 dichiara pubblicamente la propria omosessualità.
Ma dove siamo finiti? Ma dove siamo finite? Dobbiamo domandarci noi donne in una crisi propedeutica alla miseria, che nasconde il vero progetto di riportarci a casa a fare dei figli come dopo la seconda guerra mondiale quando ci fu la ripartenza e la ricostruzione, ma tutto si riassestò sotto il vecchio simbolo di Dio Patria e Famiglia che piace tanto agli uomini, ma anche a tante donne nemiche di se stesse. Sotto questi principi si erano riorganizzate nel dopoguerra la maggior parte delle società occidentali e le donne ne pagavano il prezzo. Altri soggetti: donne lesbiche e omosessuali, da sempre considerati sottocategorie per il loro orientamento sessuale, a volte innato a volte sviluppatosi nel tempo, per il semplice fatto di volere essere presenti sulla scena delle relazioni umane venivano perseguitati perché il loro agire negava la naturalità della struttura eterosessuale obbligatoria e dimostrava implicitamente che le leggi e le punizioni contro di loro erano arbitrarie.
La copertina è molto particolare, propone una foto di scena del film “Auguri e figli maschi!”: Luciana, fidanzata di Mario interpretato da Ugo Tognazzi, con la regia di Giorgio Simonelli, 1951.
Buona lettura.
MZ