Libri per l’estate
Saggi, romanzi, memoir: che vi trasporteranno nella Roma seicentesca o nella Cina del tardo Ottocento in un caleidoscopio di emozioni. Libri da leggere in vacanza o dove preferite.
Una selezione accurata che spazia tra saggi, romanzi e memoir. Un caleidoscopio di emozioni. Libri da leggere in vacanza o dove preferite.
Inizio con il memoir “Io sono lei” di Lucy Sante con la traduzione di Anna Mioni per NN Editore. È la storia della sua transizione.
All’inizio del 2021 Luc Sante invia una mail dirompente a una stretta cerchia di amici: a sessantasette anni sta per affrontare la transizione di genere. A lungo Sante si è sentito fuori posto: figlio unico di genitori cattolici e operai, nato in Belgio, emigra da piccolo con la famiglia negli Stati Uniti, per poi trasferirsi a New York e frequentare la scena artistica e culturale dei primi anni Settanta. Sante stringe amicizia con figure leggendarie: da Nan Goldin a Jean-Michel Basquiat, da Jim Jarmusch a Paul Auster e Martin Scorsese, che si ispirerà alla sua opera per realizzare Gangs of New York. Nel momento in cui Sante riconosce la sua vera identità di genere, repressa per oltre sessant’anni, la rivelazione scuote il suo essere dalle fondamenta, e con disarmante onestà ripercorre i momenti in cui questa coscienza sotterranea ha segnato la sua vita, dalle scelte esistenziali all’osservazione del mondo, fino al momento in cui ha preteso la luce.
Lucy Sante vive a New York ed è un’artista, critica e scrittrice americana. Tra i suoi riconoscimenti figurano un Whiting Writers Award, un premio dell’American
Academy of Arts and Letters, un Grammy, un Infinity Award dell’International Center of Photography e borse di studio Guggenheim e Cullman Center.
“Cartella clinica” di Serena Vitale per Sellerio racconta l’abisso che ha inghiottito sua sorella Rossana.
Autrice di libri sempre brillanti quanto rigorosi, Serena Vitale è tornata in libreria con il racconto di una storia privata, familiare, in cui si incrociano ricordi e documenti.
Nell'aprile del 1958 Rossana, studentessa del Conservatorio e già valente pianista, inizia a guardarsi allo specchio con insistenza, preoccupata di avere gli “occhi storti” - quegli occhi che da sempre cerca di cavare alle bambole che le vengono regalate. “Voci” squarciano le sue notti: inesistenti quanto, per lei, implacabili. È l'esordio della “sindrome schizofrenica”: Rossana ha appena compiuto diciassette anni, Serena ne ha solo tredici. Il 24 settembre del 1961, a Roma, nell'ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà, Rossana viene trovata morta.
"Cartella clinica" è il romanzo-indagine sulla malattia della sorella. Le prime manifestazioni di insania che i familiari non riconoscevano ancora come tali, i ricoveri, le cure, sempre più pesanti, dolorose: “Ad ogni ritorno la vedevo cambiata. Gli stessi lineamenti, ma come appiattiti, e i bellissimi occhi dilatati, senza luce. Sentii parole sconosciute: insulina, perfenazina, reserpina, clorpromazina. E poi, quella senza l'"ina" finale: lobotomia”. Serena Vitale ricostruisce quegli anni con lucidità, guidata da un invincibile impulso alla ricerca: ripercorre le cartelle cliniche, le anamnesi di cui individua paradossi e contraddizioni, le incrocia con i propri ricordi di bambina: un maglione squarciato, le foto - quelle che la ritraggono, quasi sempre al pianoforte - in cui Rossana infila spilli negli occhi, le bambole accecate… L'alternanza di documenti e memorie ci consegna fatti a lungo tenuti segreti, talvolta rimossi. Romanzo e confessione, autobiografia e insieme racconto familiare in cui troviamo indimenticabili comparse (il nonno con le sue amanti, lo zio travestito da hawaiana, il padre violinista con le sue «stramberie»), mentre una domanda - dubbio di scrittrice, tormento di sorella - aleggia su tutto: “Ma io dov'ero?”. Cronaca di una malattia, struggente resa dei conti, "Cartella clinica" è una storia vivida, ricca di particolari anche divertenti. È una lunga lettera d'amore alla sorella perduta.![]()
Serena Vitale, nata a Brindisi nel 1945, è scrittrice, slavista, traduttrice di autori quali Cvetaeva, Brodskij, Bulgakov, Dostoevskij, Kundera, Mandel’štam, Nabokov, e molti altri. Tra i suoi libri: “Il bottone di Puškin” (1995), “La casa di ghiaccio” (2000), “L’imbroglio del turbante” (2006), “Il defunto odiava i pettegolezzi” (2015), per i quali ha ricevuto importanti riconoscimenti, come il Premio Chiara, il Grinzane Cavour, il Bagutta, il Brancati e altri.
Ed ora, per alleggerire, “Delitto in bianco” di Valeria Corciolani per NeroRizzoli. È bello ritrovare Edna con le sue amiche pennute -Lollo, Bette, Marylin, Rita, Garbo- che ballano al ritmo del pop anni '60-70. E poi c'è Cagliostro, il gatto con un bel caratterino...
Chi ama Corciolani, sa che i suoi personaggi sono particolari, Edna Silvera è inconsueta e divertente: sessant'anni, leggermente asociale, forse un po’ misantropa con una
carriera da brillante storica dell'arte e restauratrice. Ha lasciato il lavoro ed è intenzionata a godersi al meglio il suo anno sabbatico nella sua casa in mezzo al verde delle colline liguri, circondata solo da antichi dipinti, buffe galline e dal suo gatto.
Ma anche questa volta qualcosa non va. A scombinarle i piani arriva l'invito della sua vecchia amica Antonia che la prega di raggiungerla a Napoli per aiutarla in un seminario all'università.
Edna già sta assaporando l’idea di trascorrere qualche giorno nel capoluogo campano però, appena mette piede in città, Antonia viene coinvolta in un'indagine di omicidio come principale sospettata. Il morto, un uomo noto come paladino della moralità e legato agli ambienti della Curia, viene ucciso in circostanze poco chiare. Edna non ha alcun dubbio che la sua amica sia innocente, per scagionarla non le resta che collaborare con l'ispettore Renò incaricato di scoprire chi ha ucciso la vittima. Tra antiche chiese, palazzi decadenti e santini trafitti, Edna dovrà farsi strada oltre scomode verità e ingiustizie sommerse, in una città rocambolesca.
Immergetevi nella lettura, se amate l'arte, vi perderete nella parte dedicata al dipinto La presa di Cristo di Caravaggio.
Valeria Corciolani è nata e vive a Chiavari con la sua famiglia e altri animali, oltre a scrivere lavora come illustratrice e tiene corsi nelle scuole per avvicinare i ragazzi
alla creatività e alla scrittura. Laureata all'Accademia di Belle arti di Genova, è scrittrice e illustratrice. Tra i suoi libri ricordiamo la serie della colf e l'ispettore, inaugurata nel 2017 con “Acqua passata”. Con Rizzoli ha pubblicato tre avventure di Eda Silvera.
“Come due fiori di loto” di Jane Yang con la traduzione di Katia Bagnoli per Longanesi è l’esordio di quest’autrice e ci trasporta a Canton nel tardo Ottocento.
Piccolo Fiore è una bambina di vivace intelligenza e dal formidabile talento nell’arte del ricamo. Ma nella Cina ancora semifeudale di fine Ottocento, le opportunità che le si aprono sono molto limitate. Per questo, fin da quando è piccola, la madre le offre l’unico privilegio possibile alle fanciulle del suo infimo rango, ossia un matrimonio
vantaggioso grazie alla tradizionale e dolorosissima pratica della fasciatura dei piedi. Ma queste prospettive di riscatto sono destinate ad annullarsi alla morte improvvisa del padre: per lei ora l’unica strada possibile è quella della schiavitù presso una famiglia di più alto rango. È così che Piccolo Fiore fa ingresso nella casa di Linjing, sua coetanea e padrona. Da quel momento e per gli anni a venire la vita delle due giovani dovrà destreggiarsi tra gli alti e bassi della loro complicata amicizia e le millenarie tradizioni di una Cina sempre più attenta alle nuove tendenze che arrivano dall’Occidente. La storia di due donne molto diverse, delle immani ingiustizie che entrambe subiscono, degli amori e della loro incessante lotta per la libertà diventano in questo romanzo d’esordio la storia di un intero paese, la cui cultura sempre più ci interroga, ci inquieta e ci affascina.
Le recensioni evidenziano la trama avvincente, la scrittura scorrevole e la capacità di condurre il lettore nella Cina tardo ottocentesca, un'epoca difficile per le donne.
Jane Yang è nata nell’enclave cinese di Saigon ed è cresciuta in Australia, dove vive tuttora. Nonostante gli studi e la carriera nel mondo scientifico, è sempre stata
affascinata dalle storie e dalle leggende della Cina antica tramandate dalla sua famiglia. Come due fiori di loto è il suo romanzo d’esordio.
“Le querce non fanno i limoni” di Chiara Francini per Rizzoli viene definito un romanzo epico intimo e corale. Io sono stata colpita dal titolo e poi affascinata dalla storia che attraversa cinquant’anni di storia italiana, tra la Seconda guerra mondiale e gli anni di piombo. Una storia di Resistenza, di passioni, di famiglie scucite e ricucite, di
lotte che lasciano cicatrici, ma anche la forza di stare in piedi. Protagonista è Delia, ex partigiana, donna indimenticabile che affronta la guerra, l’amore e la perdita costruendo – pietra su pietra, voce dopo voce – un luogo reale e simbolico: il Cantuccio, rifugio concreto e ideale, spazio di condivisione, speranza e memoria. Attorno a lei e dopo di lei si muovono Irma, Mauro, Angela, Carlo, Sandro, Lettèria, Gigione e molti altri, personaggi vividi che si intrecciano in una narrazione tessuta come un arazzo di voci, dialetti, cicatrici e sogni. Ambientato tra Firenze e Campi Bisenzio, il romanzo dà corpo alla Storia con la “s” maiuscola – le torture a Villa Triste, la Liberazione, la strage di piazza Fontana, le contraddizioni della sinistra extraparlamentare – ma la filtra attraverso i gesti quotidiani, i silenzi, le pentole sul fuoco, le parole non dette. Ogni pagina è intrisa di una lingua viva che alterna lirismo e parlato popolare. “Le querce non fanno i limoni” narra come la memoria passa, si nasconde, si rivela. E cosa significa il coraggio di non farsi travolgere dal passato, ma di comprenderlo per poter andare avanti. È un romanzo storico, ma è anche un romanzo dell’esistenza, che si interroga su cosa voglia dire resistere all’ingiustizia, al disincanto, al dolore, al tempo.
Chiara Francini, nata a Firenze e cresciuta a Campi Bisenzio, è un’attrice e una scrittrice. Collabora con «La Stampa» come editorialista. Per Rizzoli ha pubblicato
i romanzi bestseller Non parlare con la bocca piena (2017), Mia madre non lo deve sapere (2018), Un anno felice (2019) e Il cielo stellato fa le fusa (2020).
Concludo con due saggi: “L’acquetta di Giulia” e “Donne che creano il disordine”.
“L’acquetta di Giulia. Mogli avvelenatrici e mariti violenti nella Roma del Seicento” di Simona Feci per Viella porta alla luce il più clamoroso fatto di cronaca nera del secolo e uno dei pochissimi complotti tutti al femminile della storia.
È l’estate del 1659, la corda del boia si è stretta attorno al collo di 5 romane. Un sodalizio criminale, giustificato da paura e vergogna: i mariti violenti dovevano morire.
Alla bisogna c’è l’acquetta preparata da Giulia Tofana, palermitana emigrata e madre di una delle condannate a morte: una mistura a base di arsenico. Offre un decesso controllato, una decina di giorni, per consentire alla vittima perfino di fare testamento e alla giustiziera di turno di farla franca.
Nella Roma di metà Seicento, pochi anni dopo l’epidemia di peste, viene scoperta in modo rocambolesco l’esistenza di una rete di avvelenatrici: alcune preparano un veleno “perfetto”, conosciuto in tutta Italia come l’«acqua tofana», altre lo acquistano e se ne servono per liberarsi dei loro mariti.
La mistura è irriconoscibile, la peste e il profilo violento delle vittime assicurano una quasi sicura impunità. Quasi, perché, come per ogni investigatore degno di questo nome, “follow the money” è la prima regola. Anche nella buia Roma barocca.
La trama collettiva che viene alla luce ci accompagna nelle pieghe di una città barocca dove trovano posto tutti gli elementi di un potenziale romanzo: amore e veleno, violenza, crimine e morte, sotterfugi ed esibizionismo, denaro e solidarietà. Pronte a sfidare il potere dei padri, il sapere dei medici e l’azione degli inquirenti, le protagoniste e le loro storie offrono uno straordinario passepartout per raccontare la condizione delle donne nel secolo di Artemisia Gentileschi, della monaca di Monza, di Cristina di Svezia.
Simona Feci insegna Storia del diritto medievale e moderno all’Università L’Orientale di Napoli. È stata presidente della Società italiana delle storiche e componente del
coordinamento della Giunta centrale per gli studi storici. È autrice di L’acquetta di Giulia. Mogli avvelenatrici e mariti violenti nella Roma del Seicento e, con Laura Schettini, è curatrice dei volumi La violenza contro le donne nella storia. Contesti, linguaggi, politiche del diritto (secoli XV-XXI) (Viella 2017) e L’autodifesa delle donne. Pratiche, diritto, immaginari nella storia (Viella 2024).
“Donne che creano disordine. Storia di Caterina e altre eretiche nel Cinquecento” di Alessandra Celati per Einaudi è il frutto di un meticoloso lavoro d’archivio e narra le storie di quante misero in discussione i capisaldi della fede quale era stata loro insegnata, in un contesto in cui la religione costituiva l’orizzonte principale dell’esistenza.
Nella prima età moderna la donna, figlia di Eva, era considerata volubile e ingannevole, fonte del disordine per eccellenza. Tale sregolatezza era ritenuta l’origine di forme
diverse di insubordinazione, che era necessario contenere attraverso una formazione religiosa che inculcasse il valore della modestia e della sottomissione. Eppure le donne trovarono modalità di espressione peculiari e alcune di loro si inserirono nella crisi religiosa che investì l’Italia nel Cinquecento, divenendo parte attiva di un movimento articolato in complessi intrecci. Disconoscendo le autorità religiose e talvolta familiari a cui erano sottoposte e mettendo in atto condotte religiose inadeguate al loro genere, esse assaporarono scampoli di emancipazione e crearono disordine. Un disordine che aveva ricadute dal punto di vista della gerarchia tra i sessi ma anche nell’ambito religioso in cui nasceva. Negli studi sulla Riforma italiana il coinvolgimento femminile è stato di rado preso in esame e sono state soprattutto considerate le donne aristocratiche che offrirono un apporto importante al movimento eterodosso, ma che non sono rappresentative della popolazione femminile. Questo libro, piuttosto, mette a fuoco le donne comuni per esaminare l’impatto che la Riforma ebbe sui loro vissuti, considerando non solo la loro interiorità spirituale, ma il loro quotidiano, la loro relazione con la famiglia e con le istituzioni.
Il saggio propone un mosaico sorprendente di storie femminili di eresia, raccontate con uno stile non convenzionale. Caterina Colbertalda era una donna illetterata e povera che viveva e lavorava a Venezia. Caterina era anche un’eretica, che si inserì per venticinque anni nelle tortuose trame del movimento ereticale del Cinquecento, con un coinvolgimento progressivamente sempre più totalizzante, dal punto di vista della sua spiritualità e della sua esistenza in generale. A partire dalla ricostruzione di questa vicenda e della rete clandestina in cui Caterina fu attiva, il libro indaga la parabola dell’eresia femminile tra storia della Riforma in Italia, microstoria, storia sociale e di genere. Celati ci trasporta nella concretezza delle vite di queste donne che creano disordine, tra processi, fughe, tradimenti, ma anche forme di creatività dottrinale, autoaffermazione e solidarietà.
Alessandra Celati è assegnista di ricerca presso l'Università di Torino. Dopo il dottorato all'Università di Pisa è stata Marie Curie global fellow tra l'Università di
Stanford negli Stati Uniti e l'Università di Verona. Da anni si occupa di dissenso religioso e movimenti ereticali nel Cinquecento e il suo primo libro, “The World of Girolamo Donzellini. A Network of Heterodox Physicians in Sixteenth-Century Venice” è stato pubblicato da Routledge nel 2023.
Buona Lettura.
MZ