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La verità sul caso Harry Quebert?

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Alla ricerca delle ragioni di un successo:
quale il merito e quale l'effetto di un buon marketing?








 

 

Storia lunga tra me e questo romanzo. Lo ebbi tra le mani la prima volta poco dopo la sua pubblicazione in Italia, quando subito iniziò a scalare la classifica tra un coro di elogi entusiasti. Ma era un periodo di letture distratte, e un’amica della quale stimavo l’opinione me ne parlò molto male. Ora, vi è un parlar male che stimola alla lettura per una verifica, ma vi è un parlar male che taglia le gambe a qualsiasi desiderio di approfondimento. Le osservazioni di questa lettrice mi tolsero la voglia di continuare, tanto più che le pagine iniziali di questo lungo romanzo (oltre settecento pagine) non mi avevano affatto coinvolta. Così, fedele al decalogo di Pennac, mi presi la libertà di abbandonarlo senza rimpianti.
Trascorsero un paio d’anni, e mi capitò di leggere un’intervista al suo autore, Joël Dicker. Qui lo scrittore raccontava le difficoltà che aveva incontrato per pubblicare il suo romanzo, e con quanta insistenza e caparbietà non aveva voluto arrendersi alle decine di rifiuti ricevuti. Chapeau! Lo ripresi tra le mani, ma questa nuova lettura si interruppe dopo pochi capitoli. Niente da fare. È strano, ma nella vita sembra esserci un momento giusto per ogni cosa. Per un amore, per un viaggio, per una lettura. Mi hanno sempre stupita le persone che acquistano un libro per leggerlo subito. Io ho sempre acquistato libri che mi incuriosivano, attraevano, per depositarli su uno scaffale della mia libreria. Sapendo che “forse” un giorno li avrei letti oppure no.
Qualche giorno fa, scorrendo le classifiche dei Best-seller di Amazon, ho visto che La verità sul caso Harry Quebert non solo è ancora in classifica ma che le recensioni hanno superato il considerevole traguardo del migliaio. A questo punto ho deciso che dovevo capire cosa faceva di questo libro un Long seller ed ho iniziato per la terza volta a leggerlo. Era arrivato il momento giusto.

Poche ore fa l’ho finito. E, con tutta la relatività che merita, posso esprimere anch’io la mia opinione.

cover2La prima cosa che mi viene in mente è l’aggettivo superfluo, cui segue: ripetitivo.
Non so se il testo che è stato alla fine pubblicato è quello originale che l’autore aveva scritto o se vi è stato l’intervento di un editor. Certo è che il romanzo, così come appare nell’edizione tradotta in Italiano da Bompiani, è rallentato dalla riproposizione di fatti, episodi e brani, sia del romanzo citato nel libro sia di lettere, che alla fine generano nel lettore noia. Chi ha deciso di non sopprimere queste parti, in questo modo ha inteso probabilmente – vista anche la lunghezza del racconto, dare una mano ai lettori più distratti, cercando di prenderli per mano e aiutarli ad arrivare alla fine.
Ma questo, sia detto chiaramente, a discapito della resa sia narrativa che stilistica.
Di buono c’è che, nonostante la complessità della trama e la tortuosità dell’intreccio (specie nell’ultima parte), non vi sono incongruenze o errori marchiani. Vi è un omicidio e il colpevole è accettabile sia quello indicato da Joël Dicker. Mi sento in dovere di fare questa precisazione visto che mi capita sempre più spesso di leggere “gialli” e crime-story scritti più con i piedi che con il cervello. Ma si sa, visto che vi è un gran consumo di questo genere di letteratura, chiunque si inventa di essere un “giallista” sperando di avere successo.
Ma il problema di questo libro è in tutto ciò che c’è oltre al racconto “giallo”. Una sovrabbondanza di tutto e, soprattutto, di una vicenda romantica, al limite dello stucchevole negli aggettivi, e di una specie di manualetto di scrittura creativa che l’autore ci ha rifilato ad puntate, ad apertura di ogni nuovo capitolo.
D’accordo che i due principali protagonisti sono due scrittori, ed uno di questi fa da maestro all’altro, più giovane ed inesperto, ma queste “istruzioni” non approfondiscono i personaggi, e ci danno conto solo delle teorie dell’autore – teorie anche spesso molto discutibili e risibili, sull’argomento.
Un esempio?
Eccolo:

“Vedi, Marcus, le parole vanno bene, ma certe volte sono inutili e non bastano più. Arriva il momento in cui certe persone non vogliono ascoltarti.”
“E allora?”
“Allora bisogna afferrarle per il collo e piantargli un gomito sulla gola. Forte. Molto forte.”
“Perché?”
“Per strangolarle. Quando le parole non bastano più, prova a usare le mani.”


Come in ogni buon “giallo” si va avanti spinti dalla curiosità, ma la suspense, almeno fino a tre quarti del libro è del tutto assente. E per un romanzo di questo genere, mi sia consentito, questa è una pecca non indifferente.
Verso tre quarti ha inizio la caccia senza tregua al “vero colpevole”, che si svolge con continui e repentini cambi di fronte. Ora è “X” e dopo poche pagine invece è “Y”, e poi è “J” e anzi no, diventa “W”… Così fino al colpo di scena finale (carino ma senza troppi salti sulla sedia).
Alla fine l’idea per una crime-story, anche se un po’ rocambolesca, c’è, solo che sarebbero bastate la metà delle pagine usate per raccontarla, con grande risparmio di tempo e alberi.Joël-Dicker

Un’ultima annotazione riguarda l’autore. Ho letto qualcosa di lui e mi sono chiesta se aveva messo più di se stesso nel giovane Marcus Goldman o in Harry Quebert (chi ha letto il libro fino in fondo capirà la ragione del mio interrogativo). Certo la sua vita ha preso molte direzioni prima di imbroccare quella di scrittore, ma lui in fondo quello che cercava era proprio il successo. Aveva provato anche sul tavolato di un teatro, ma per poi abbandonarlo… E ciò che colpisce dei suoi due alter ego (Marcus e Harry) non è tanto che siano entrambi scrittori, quanto che entrambi scrivano per diventare autori di successo, finire in tv e sulle prime pagine di giornali e riviste. A meno di trent’anni Joël Dicker c’è riuscito, e poi?
Il libro pubblicato dopo La verità sul caso Harry Quebert s’intitola Il libro dei Baltimore e nelle sue pagine ritroviamo Marcus Goldman, protagonista della vicenda insieme ai suoi ascendenti. È il tentativo di continuare a cavalcare l’onda del successo con una specie di sequel? Sappiamo tutti che la serialità paga, ma in questo caso sembra che i calcoli del giovane autore svizzero non abbiano centrato esattamente l’obiettivo: il nuovo romanzo non ha scalato le classifiche e l’accoglienza dei lettori è stata piuttosto tiepida. Dopo circa cinque mesi dalla pubblicazione in lingua italiana, le recensioni sono poco più di un centinaio e non certo tutte lusinghiere.
Mi torna in mente la crisi della “pagina bianca” che affligge, in apertura di romanzo, Marcus Goldman. Mi viene il sospetto che La verità sul caso HQ, sia molto più autobiografico di quanto possa apparire, trattandosi di un “giallo”, e che nel suo caso sia esatta la sentenza che a un certo punto fa dire a Harry Quebert: gli scrittori per tutta la vita scrivono uno e soltanto un libro.
Insomma, mi spiace, ma a libro chiuso non posso condividere questo giudizio:

“Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull’effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All’incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l’ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un’emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito.”

F. P. M.

 

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