Black List 2°: L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio di Murakami Haruki

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BlackList 

Si può inserire in una Black List il libro di un autore che si è molto amato per altri scritti?
E se sì, perché?





 

Sono una gran rompiscatole come lettrice, non mi accontento. E più un autore vale più pretendo da lui. Se un autore di valore (tralasciamo per questo mio ragionamento gli “imbrattacarte”) scrive e il suo lavoro riceve un diffuso riconoscimento, sia per il suo spessore letterario sia economico, io proprio non riesco a capire la necessità di “scrivere per scrivere”, di abbandonarsi a un’iperproduzione che, cercando di cavalcare l’onda del successo, lo porterà, è scontato, a non meditare a sufficienza il suo lavoro.
Allora, non c’è niente da fare, mi nasce il sospetto che queste sue narrazioni siano dettate più dalla voglia di seguire e alimentare il successo raggiunto che non dalla sua necessità di esprimersi. L’Autore, da serio scrittore, si trasforma in un professionista della pubblicazione, in un surfista delle classifiche dei Best Seller, e quindi io credo debba essere bastonato dalla critica. Non perché ha scritto un brutto libro – in questi decenni, grazie al Business dell’editoria, noi affoghiamo tra i brutti libri, ma perché lui sa scrivere, ha dato prova di saper creare opere importanti, che lasciano il segno, e quindi questa caduta di tono ha una spiegazione così meschina che non può passare indenne. Non deve passare indenne.

 

Murakami H
Ho amato visceralmente un romanzo - tra le decine e decine lette negli ultimi dieci anni, scritto da Hakiro Murakami (autore giapponese, classe 1949), si intitola L’Uccello che girava le viti del mondo. Se questo testo fosse stato di un autore italiano, in molti avrebbero rintracciato le sue radici nel realismo magico (la scuola che tra i suoi nomi ha, ad esempio, quelli di Borges e Buzzati, ma anche quelli di Faulkner, Bontempelli e Ortese, tanto per citarne solo alcuni), ma sarebbe stata comunque un’attribuzione parziale, tanto più c’è in quel testo, che vi invito peraltro a leggere.

Si sa che le opinioni sui libri sono molto personali, tant’è che nel Novecento fiorirono le scuole di questa materia al punto da arrivare persino a rubare la scena alla Letteratura, alla loro “materia prima”. Ciò che per Mr Red era un’opera splendida, era a giudizio di Mr Green un rifiuto da gettare al macero. E si sa, altrettanto bene, che solo ciò che resiste al Tempo, che arriva in eredità alle generazioni future può avere le stigmate dell’opera d’arte. È quindi senz’altro incosciente dedicarsi alla critica delle opere contemporanee, ma io come il mio primo maestro di filosofia (Ugo Spirito) sono un’incosciente e quindi…


Il romanzo L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio ha il pregio di poter essere collocato, senza alcuna perplessità, in un ben preciso genere, quello di uno scadente esempio di “narrativa rosa”. Nulla da dire sul quel genere, che tante persone apprezzano, ma gli scritti di quanti praticano quel tipo di narrativa senza mistificazioni hanno almeno pregi che nel romanzo di Murakami, invece, sono del tutto assenti. Manca un finale davvero compiuto e quello che viene proposto non è neppure a “lieto fine”. Ma come, ci avete costretti a seguire per anni (e per più di 250 pagine) le vicissitudini di questo algido Tazaki Tsukuro e poi non ci dite neppure come finisce la sua insulsa esistenza?  Ecco, riprendo l’aggettivo con il quale ho descritto il protagonista e lo dispiego a definire tutto il romanzo dell’autore giapponese: algido. Non c’è periodo, capitolo e neppure frase che possa uscire indenne da questa definizione, purtroppo… O forse sì? Forse qualche breve nota discordante io l’ho rintracciata nelle pagina dedicata alla descrizione di un luogo della Finlandia, un lago e la verde natura circostante. Basta. 

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Ma è ancor peggio di uno “scadente rosa” perché manca delle caratteristiche vincenti che hanno invece la maggior parte di romanzi di quel genere: ovvero dare la possibilità di sognare, offrire al lettore l’opportunità di allontanarsi da questa esistenza complessa e difficile, dal suo grigiore, dal suo dolore, e veleggiare verso lidi dove la speranza e l’ottimismo hanno ancora diritto di essere. Invece il romanzo di Murakami, pur perdendosi tra i banali problemi di un adolescente egotico e quelli sentimentali di un uomo che non trova una compagna da sposare, lo fa in modo algido e triste, deprimendo il lettore così come prima ha depresso i suoi personaggi. Personaggi senza pathos, che sembrano usciti da un surgelatore industriale, e soprattutto senza poesia. Nell’adolescenza, molti giovani devono affrontare problemi davvero atroci, mentre questo liceale un po’ infantile riesce a soffrire e quasi a morire per essere stato espulso senza una ragione manifesta dal gruppetto dei suoi amici. Mi vengono in mente adolescenti violati e violentati, picchiati, resi schiavi di droghe, in luoghi di guerra o abbandonati dai genitori. Non c’è nessun dramma di questi, solo l’ingigantimento di un’amicizia di gruppo finita. Così, l’uomo -diventato adulto- continua a ingigantire i suoi problemi, senza riuscire mai a guardare al di là del suo ombelico.

Così come manca la poesia, in questo ultimo romanzo di Murakami non c’è traccia alcuna di quel realismo magico e di quella creatività così vitali in altri suoi testi. Mi viene in mente un precedente romanzo di questo autore, un libro di nicchia, che in pochi hanno letto: La ragazza dello Sputnik (1999), e il rimpianto per quella stagione, se possibile, si accresce.
murakami-haruki
Forse per questo scrittore giapponese, molto meno amato in patria che in Occidente, vale lo stesso discorso fatto per altri autori di Best Seller: l’esser presi dall’euforia di cavalcare le classifiche di vendita nuoce al valore dell’opera. L’ipeproduttività, pretesa dalla macchina Business dell’editoria danneggia immancabilmente il lavoro di uno scrittore, ma questa lezione ha pochi seguaci.

Peccato…
Flaminia P. Mancinelli 




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