Kairòs

 

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Il romanzo di Luca Fadda non affronta solo un tema molto dibattuto, la manipolazione di cellule staminali, ma si spinge ben oltre. Ne abbiamo parlato con l’autore.







Kairòs di Luca Fadda è un romanzo kafkiano che porta il lettore in un limbo apparentemente senza via d’uscita.

Il tema del tempo è solo un espediente per analizzare in profondità l’animo umano e, in particolare, un sentimento che alberga in molte persone: la vendetta.
Da un semplice, si fa per dire, esperimento di manipolazione delle cellule staminali adulte, nella mente del biologo si fa strada una domanda che perseguita l’uomo da millenni: esiste la coscienza e dove risiede?
Kairòs -Ciesse Edizioni- non è sicuramente una lettura semplice, ma ha il pregio di spingere il lettore a immedesimarsi nelle pene di Lauro Palmas, il protagonista, e di seguirlo nelle rocambolesche vicende che nascono con il progetto di ricerca finanziato e sostenuto dalla società Genethis.
Luca Fadda ha scritto numerosi racconti e romanzi e con il libro-esperimento Il nulla -auto-pubblicato nel 2013- ha scalato le classifiche di vendite di Amazon. Per conoscerlo meglio abbiamo deciso di rivolgergli alcune domande.

 

D. Quando hai capito che desideravi scrivere?
R. Non credo si possa individuare il momento esatto in cui un desiderio nasce, mentre è più facile capire quando è maturo. Dovrei dire che ho sempre scritto e lo dirò. Ma fino ad aprile del 2011 non avevo mai pensato di pubblicare qualcosa. Si trattava prevalentemente di barzellette, poesie, canzoni, stralci di diari in tono semiserio e parodie di tutto ciò che mi ispirava. Ma mai niente che mi avvicinasse in qualche modo alla scrittura vera. A nove anni scrissi due “libri”, prendendo spunto da un compito in classe creativo e dalle vacanze al mare con mia sorella maggiore. Li trascrissi battendoli a macchina con la Lettera 22 di mio padre e disegnai anche le copertine. Ma le mie velleità letterarie si fermarono a quella goliardata.
Poi ad aprile 2011, dopo una serie di vicissitudini non proprio esaltanti, ho cominciato a scrivere qualche racconto tratto da episodi di cui ero stato, bene o male, protagonista. Ho preso la realtà che mi circondava e l’ho raccontata, piegandola al mio volere. Mi sono divertito, ho messo assieme qualche racconto e a novembre dello stesso anno ho firmato il primo contratto che ha portato, a marzo 2012, alla pubblicazione di una raccolta di 13 racconti con una piccola casa editrice. Nel frattempo uno dei racconti, che avrebbe dovuto essere il quattordicesimo, l’ho accantonato come troppo lungo ed è poi diventato il mio primo romanzo, pubblicato l’anno successivo. Diciamo che mentre scrivevo il romanzo è maturato il desiderio di scrivere, ma forse più ancora di quello il piacere di essere letto.

 

D. Come nasce l’idea della “capsula del tempo”?
R. Mi fa piacere sentir nominare quello che era in origine il titolo di Kairòs, poi cambiato a favore di qualcosa di più incisivo.
L’idea è nata dalla parte centrale del libro, insieme a un altro racconto che è tutt’ora inedito. Lo scopo era raccontare dei momenti che tutti noi abbiamo vissuto ma che nessuno ricorda. Momenti che ho provato a descrivere in base alla mia immaginazione e alla mia esperienza indiretta di quei momenti. In seguito ho creato i presupposti per arrivare al paradossokairs intorno a cui ruota la storia e sviluppato le reazioni dei protagonisti di fronte alle proprie responsabilità. Solo in seguito ho ipotizzato le domande che un ricercatore in campo biologico e medico possa affrontare durante il suo lavoro: fino a quanto ci si può spingere con la genetica? Ha senso sezionare ogni aspetto della vita per poterla comprendere e apprezzare? Tutto deve essere spiegato in un modello matematico? L’uomo sta cercando di sostituirsi alla natura e a Dio nel perfezionare una creatura nata imperfetta? Le risposte, molto personali, le hanno date Lauro e Serena nel libro.

 

D. Nel tuo romanzo sembra quasi che un “fato malvagio” obblighi i protagonisti a ripetere all’infinito le stesse azioni, pensi che l’uomo sia artefice delle proprie azioni o viva un percorso già scritto?
R. Non è un fato malvagio, ognuno è responsabile delle proprie scelte, sia nella finzione di Kairòs che nella realtà. Niente è scritto fino a che non è scritto. Può sembrare una frase lapalissiana, ma è così: solo nel momento in cui si tirano le somme della propria esistenza si può parlare di “già scritto”. Prima siamo noi a decidere, nel bene e nel male, con la variante impazzita della fatalità. L’idea del “Non muove foglia che Dio non voglia” secondo me, anche nella religione, è superata dal momento in cui l’uomo crede nel libero arbitrio. Se osservo la mia vita noto che è costituita da diversi bivi ai quali ho scelto in maniera sempre decisa la nuova strada, lasciandomi dietro il precedente “destino scritto” a cui sembravo ormai indirizzato. Scelte diverse, o scegliere di non scegliere, mi avrebbe portato altrove, ma credo sia solo una questione di percorso. In fondo la vita è quello: un percorso con un inizio e una fine. Mentre l’inizio non lo decidiamo noi, tutto il resto sì. E anche le scelte che facciamo (o fanno gli altri per noi) non sono mai giuste o sbagliate se prese singolarmente, perché confido nell’intreccio con le vite degli altri. Una scelta giusta oggi sarà sbagliata domani. Quando si prende una decisione, questa deve essere giusta nel momento in cui lo si fa per ottenere il massimo. Questo è il momento opportuno, o l’attimo di Dio, cui Kairòs si riferisce.
Per fare un esempio, sono nato sull’isola de La Maddalena, nell’estremo nord della Sardegna, ma in una scuola superiore del sud-ovest ho incontrato mia moglie. Sembra destino, soprattutto per l’esistenza stessa di mio figlio, in realtà se non ci fossimo trasferiti quando avevo nove anni, ora magari sarei un pescatore scapolo che consuma gli occhi su siti pornografici. Sarebbe stato quello il mio destino? In quel caso, direi di sì.

 

D. Come ti poni di fronti all’editoria digitale? E alla scelta di molti autori di auto pubblicarsi?
R. Faccio parte della generazione a metà tra i tradizionalisti e gli innovatori. Da una parte ho ancora la passione per gli scaffali delle librerie piene di libri colorati da toccare, da prendere in mano e da sfogliare. Dall’altra mi sento attirato dall’editoria digitale con tutti i suoi vantaggi e svantaggi. Osservando la situazione degli e-book in Italia mi rendo conto che questa resistenza, in fondo, si può attribuire ai prezzi degli e-book, spesso molto alti rispetto al cartaceo senza alcuna giustificazione. Se un libro di carta costa 12 euro, un e-book non può costarne 11. Ma sono abbastanza integrato da poter usufruire dei piaceri di entrambi i supporti, senza ripudiare o esaltare né l’uno né l’altro. Da autore ho appena raggiunto l’obiettivo di pubblicare un titolo in entrambi i formati. Infatti i miei libri precedenti erano solo su cartaceo, scelta secondo me molto limitante ma che non è stato possibile forzare.
All’editoria digitale è legata anche la scelta dell’auto pubblicazione. Tenendo da parte la scelta matura di autori più o meno esperti, o di chi comunque ha alle spalle una formazione che glielo consenta, trovo che l’auto pubblicazione sia un inutile spreco di energie. Ci sono motivi che possono spingere all’auto pubblicazione, e possono anche essere validi, ma usare il-nullaquesto servizio per pubblicare storie inconcludenti, che se ne infischiano della grammatica, della coerenza, della consecutio narrativa e anche dell’intelligenza del lettore è a tutti gli effetti una masturbazione mentale. Pretendere poi che nessuno lo faccia notare è quantomeno ingenuo.
Ho incontrato autori che si definivano “scrittori” alla prima auto pubblicazione con Amazon, ma giuro che ce ne sono che si definiscono tali ancor prima di pubblicare. Non mi importa in sé l’abuso del titolo, io stesso posso vantarmi d’averlo sulla carta d’identità per una frivola interpretazione dell’addetta all’anagrafe. Mi importa però evitare che presunti scrittori invadano il mio spazio vitale con le loro trovate di marketing e le dichiarazioni sensazionalistiche in merito a straordinari dati di vendita.
Il mio libro-esperimento Il Nulla in fondo voleva mostrare il mio pensiero in merito, anche se è stato male interpretato e mi è stato riferito che in molti gruppi chiusi su Facebook, a tema auto pubblicazione o auto promozione, non si tessevano certo le lodi di quell’e-book con 345 pagine bianche e del relativo autore. Ma come molti auto pubblicati non leggono libri, allo stesso modo pochissimi hanno letto bene le spiegazioni dell’esperimento, non capendo niente delle mie intenzioni. Ecco, credo che il mio pensiero in merito all’auto pubblicazione si riassuma proprio ne Il Nulla.
In ogni caso, che sia buona o cattiva letteratura, che sia una fabbrica di autoreferenziali disturbatori social o meno, è comunque sempre meglio dell’editoria a pagamento, pratica da cui mi tengo molto lontano e che osteggio in ogni occasione. Perché l’auto pubblicato, in cuor suo, sa bene di coltivare un sogno quasi impossibile, mentre chi pubblica a pagamento viene anche illuso di sogni che, altrimenti, non farebbe davvero suoi.

 

D. Quali sono i tuoi progetti futuri?
R. Non lo so.
Ho tanti progetti che ora come ora si riassumono in quattro possibili scelte.
Ho due romanzi completati in prima stesura. Uno tratta l’amore e le relazioni umane in chiave ironica, ma non certo un testo per sbellicarsi dalle risate. L’altro è una rilettura poco ortodossa della Bibbia. In particolare il secondo sfrutta le possibili interpretazioni del testo e dei dogmi, quelle che la lettura ufficiale della Chiesa cattolica ha escluso per anni. Questo testo lo trascinerò a lungo, perché in fondo non so se vorrò mai darlo alle stampe: potrebbe anche essere pericoloso se male interpretato.
Un terzo progetto riguarda un romanzo noir a puntate in chiave ironica, che io definisco noIRonico. Un ispettore di polizia diluca-fadda-big Cagliari un po’ pazzo ma ancora attaccato alla realtà, che risolve a modo suo i casi su cui si trova a indagare. La bozza del progetto è nelle mani di un editore digitale, con cui ho un accordo di massima, ma siamo ancora in attesa di capire come lanciarlo, perché nemmeno io ho deciso quale dovrà essere la lunghezza del singolo episodio. Ecco, questo è un esempio di come per me si possa usare l’editoria digitale e, volendo, anche il self publishing: esperimenti, qualcosa che, in questo periodo di scarsi mezzi economici, difficilmente può trovare spazio nell’economia tradizionale.
Ma tra una scelta e l’altra ho deciso di dare il via a un nuovo romanzo, attualmente in stesura, ancora una volta sul tempo e sui viaggi nel tempo, studiando un altro aspetto rispetto a quanto fatto per Kairòs. Il tempo mi ha sempre ossessionato e l’idea che si possa viaggiare tra passato e futuro mi fa ipotizzare i possibili paradossi che si creerebbero. In Kairòs ne ho analizzato uno, in questo nuovo lavoro ne analizzerò un altro, trattando proprio l’argomento “destino” in maniera più centrale. E poi chissà, magari in seguito li esplorerò tutti.

 

Chi è Luca Fadda
Nasce a La Maddalena nell’ottobre del 1974.
Marito e padre, attualmente vive a Gonnosfanadiga, nel centro-sud della Sardegna.
Ha pubblicato la raccolta di racconti La prigione delle paure (2012, Edizioni Nulla Die) e il romanzo noir Bentesoi (2013, Edizioni Nulla Die), oltre al libro-esperimento Il Nulla (2013, KDP Amazon) e il romanzo noir collettivo Dodicidio (2013, Edizioni La Gru) insieme agli utenti del gruppo di scrittura FIAE (dal Forum FIAE).
Racconti pubblicati in antologia: Venezia (BlaBlaBla, 2013, Verba Volant), Il pulsante rosso (Campo delle storie, 2013, A.C. Alba Scriptorum), Il pianeta bianco (50 sfumature di Sci-Fi, 2013, La Mela Avvelenata), Anniversario di matrimonio (77, le gambe delle donne, 2013, Braviautori), La notte nei miei occhi (Il Bene e il Male, 2013, Club Urban Fantasy), Lettera da questodove (Il clavicembalo ben temperato, 2013, Taphros Editrice), L’abito nuovo (99 rimostranze a Dio, 2013, Ottolibri Editore), Piocco (Ricordi di giocattoli, 2013, Dorothea Edizioni).


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