Leggere, secondo Silvia Benedetta Piccioli

 

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Bibliotecaria ha le idee molto chiara sulla lettura e sui generi che ama. Ad esempio ritiene che venga dato poco spazio alla letteratura fantastica. Considera gli e-book utili ma non li usa.






 

D. Quando vuoi rilassarti preferisci: guardare la televisione, andare al cinema o leggere un libro?
R. Avere tempo da dedicare interamente alla lettura è un piacere immenso. La televisione s’incastra in vari momenti della nostra vita quotidiana, viene accesa anche solo come compagnia durante i pasti o prima di addormentarsi. Per guardare la tv non hai bisogno di nessuno stato emotivo particolare, anzi, potresti anche essere teso o nervoso, perché essa annienta le emozioni, appiattisce i pensieri. Non che sia una cosa del tutto negativa. Ma per leggere devi essere libero: libero da impegni, da pensieri fissi che ti immobilizzano, deve essere un tempo che concedi a te stesso, ecco perché leggere è un piacere e un modo per rilassarsi. La lettura esige il suo spazio e ti ricompensa a sua volta donandotelo.


D. Dove leggi abitualmente: in poltrona, a letto, alla scrivania? Se potessi scegliere, quale sarebbe il tuo luogo ideale per la lettura?
R. Principalmente, leggo a letto, tuttalpiù sul divano o in poltrona, ma dipende da che momento della giornata si tratta. Nessuno di questi posti, però, soddisfa al meglio le mie letture, tranne in estate, forse, quando posso godermi la frescura del cortile. Mi piacerebbe avere una poltrona da dedicare esclusivamente ai libri, in modo che solamente sedendomi venisse inondata dall’influsso positivo delle parole, con magari un piccolo tavolino per il tè accanto. Il meglio sarebbe poter avere un affaccio sull’esterno, una grande porta finestra che mostra la luce del cielo; che piova o che ci sia il sole, essa riuscirebbe a illuminare tutta la stanza. Anche il mio felino l’adorerebbe.


D. Nel suo famoso Decalogo, al terzo posto, Daniel Pennac sancisce il diritto del lettore a “non finire il libro”: tu hai seguito questo consiglio? Se sì, con quale libro e perché?
R. Cerco di non abbandonare mai un libro dopo averlo iniziato perché spero sempre emerga qualcosa di positivo che mi faccia cambiare opinione. Tuttavia, non posso negare di averlo fatto anche io e di essere d’accordo con l’affermazione di Pennac: quando entro in contatto con evidenti falle nella storia o quando lo stile non mi piace o addirittura è blando e inesistente, evito di perdere tempo. Mi astengo dal citare quali libri e perché non li ho apprezzati (visto che per fortuna ho la domanda dopo per farlo), ma con mio stupore, ho abbandonato a poco più di metà il libro di Joseph Conrad, “Cuore di tenebra”. Amo gli stili complessi e articolati, ma il suo era troppo macchinoso e combinato con una narrazione a mio parere esasperante nella sua lentezza.


D. Qual è il libro -o i libri- che più hai amato? E quello o quelli che si sono rivelati una delusione?
R. I miei libri preferiti sono sicuramente “Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll, “Canto di Natale” di Charles Dickens, le raccolte “Quattro dopo mezzanotte di Stephen King, “Una serie di sfortunati eventi” di Daniel Handler, “Viaggio al centro della terra” di Jules Verne, L’alchimista di Paulo Coelho, “La fattoria degli animali” di George Orwell, per l’osmosi perfetta tra realtà e fantasia e la sapiente costruzione degli intrecci, a mio parere frutto di menti geniali e profonde. Sul versante puramente narrativo, invece, cito “Il gattopardo” di Giuseppe Tomaso di Lampedusa, “Il piacere” di Gabriele D’Annunzio, “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie, “L’importanza di chiamarsi Ernesto” di Oscar Wilde, i libri di Mark Twain, ma ce ne sarebbero tantissimi altri.
Sull’altro versante, invece, per libri come quelli di Fabio Volo, della britannica E.L. James, di Cassandra Clare o di Stephenie Meyer, di Alessandro Baricco non dico di esserne rimasta delusa, perché hanno solo confermato le mie aspettative già basse. Mi hanno deluso invece “Sofia si veste sempre di nero” di Paolo Cognetti, da cui mi aspettavo di più e “Fai bei sogni” di Massimo Gramellini.


D. Cosa cerchi in un libro? Cosa attira di più la tua attenzione: la copertina, il titolo, l’autore, la bandella con la storia?
R. Le belle copertine attirano sempre l’occhio e, se impari a conoscere le varie collane e i generi, sai già cosa potresti trovarci dentro solo guardandola. Tuttavia, non è il mio metro di giudizio. Innanzitutto, ho una formazione classica, quindi conto nel mio curriculum di lettore una buona parte di classici e fanno già parte della lista dei desideri quelli che ancora mi mancano, indipendentemente da autore o genere. Credo che essi siano una solida base necessaria prima di affrontare qualsiasi altro tipo di testo. Per quanto riguarda i contemporanei, mi affido principalmente alla trama della storia, ma la seconda cosa che controllo, è lo stile. Non deve essere superficiale, non deve fuggire via togliendoti il tempo di riflettere e immaginare. Riuscire a unire questi due aspetti è molto meno facile di quel che sembra. Sarà un mio limite, infine, ma rifiuto tendenzialmente di leggere libri a tematica sociale e d’amore, li trovo sopravvalutati.


D. Quale argomento ti appassiona e, secondo te, viene poco considerato dagli editori italiani?
R. Sicuramente si tratta del campo letterario del paranormale. Difficile definirlo altrimenti, perché non si tratta di Fantasy, di Fantascienza, né di Horror in senso stretto, sebbene già questi meriterebbero più considerazione. Come diceva Lovecraft, non tutti hanno la sensibilità di cogliere la realtà in una storia che apparentemente si allontana da essa, preferiscono leggere direttamente trasposizioni del quotidiano, con nomi diversi, città diverse, ma pur sempre amore, amicizia e altri sentimenti, esplicitati. Nella letteratura fantastica c’è tutto questo e molto di più, ma spesso ci si ferma al primo impatto esteriore. Così il genere viene ghettizzato, i loro scrittori sono sempre meno, le vendite più basse e un grande pregiudizio. Gli editori potrebbero sicuramente cambiare la situazione, ma capisco che il mercato sia già difficile da sfondare così.


D. E per finire cosa pensi degli e-book? Secondo te, quali sono i loro pregi e i loro difetti?
R. A mio parere, gli ebook sono, come tanti altri strumenti tecnologici, un mezzo innovativo. Per lettori forti, che magari viaggiano tanto (immagino ad esempio i pendolari sui treni), o per coloro che invece non entrerebbero in una libreria nemmeno sotto tortura, ma hanno scoperto di potersi avvicinare a essa anche virtualmente, sono certamente utili. Sono accessibili, pratici, economici.
Per quanto mi riguarda però, non mi danno la stessa soddisfazione del libro cartaceo. Niente odori, niente fruscio delle pagine al tatto, mi manca la sensazione di arricchirmi delle parole stampate. A parte questo, non credo abbiano difetti; credo che non vadano denigrati. Chi lo fa ha probabilmente paura che essi scalzino e uccidano il cartaceo, ma questo non avverrà mai.


D. Li utilizzi?
R. Ci ho provato, ma non fanno per me.


 

Chi è Silvia Benedetta Piccioli
Nasce nel 1994 in un paesino nella periferia di Brescia, dove vive tutt’ora. Studia letteratura all’università, lavora come assistente bibliotecaria e scrive libri. Il suo primo romanzo è “Il libraio”, edito dalla casa editrice Lettere Animate, uscito nel settembre 2017.
Chi desidera conoscerla meglio, la può trovare su Instagram, Twitter e Linkedin.

 

 

 

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