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Leggere, secondo Flavio Santi

 

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Traduttore e scrittore ha scritto di vampiri e investigatori, di precari e supereroi e di Friuli. Nei libri cerca la possibilità di vivere una vita in più, nel male come nel bene, nella gioia come nel dolore.




 

D. Quando vuoi rilassarti preferisci: guardare la televisione, andare al cinema o leggere un libro?
R. Secondo voi? Al massimo l'alternativa è andare a farmi una bella passeggiata! Anche se amo molto anche andare al cinema.

 

D. Dove leggi abitualmente: in poltrona, a letto, alla scrivania? Se potessi scegliere, quale sarebbe il tuo luogo ideale per la lettura?
R. Se posso, leggo sulla mia adorata sedia a dondolo, ma alla fine non capita così spesso – leggo molto per lavoro, dunque seduto a una scrivania, però con un'efficace sedia ergonomica che mi salva la schiena. Ogni professione ha i suoi malanni, chi legge spesso ha problemi con la schiena.


D. Nel suo famoso Decalogo, al terzo posto, Daniel Pennac sancisce il diritto del lettore a “non finire il libro”: tu hai seguito questo consiglio? Se sì, con quale libro e perché?
R. Diritto sacrosanto, a cui mi attengo anche io! I libri sono come le persone, non ci possono stare simpatici tutti – non sarebbe né umano né giusto. Tanti i libri abbandonati. Naturalmente se cito dei libri “commerciali”, la cosa non fa clamore. Così vi cito un grande classico, che mia moglie adora, ma che io non sono ancora riuscito a portare a termine: Il dottor Zivago di Pasternak. È buffo, perché adoro le sue poesie! Anche il film di David Lean non mi è dispiaciuto. Ma, non so perché, non sono riuscito ad andare avanti con il libro. Forse la traduzione è un po' datata (questo è un bel problema, lo dico da traduttore), o forse, dipende anche dal momento. Lo diceva già Leopardi nello Zibaldone: a seconda del nostro umore, della situazione, del contesto un libro ci appare bello, e altre volte meno. Per questo, vi confesso, ho paura a rileggere certi libri che ho amato, perché non vorrei che succedesse proprio questo!


D. Qual è il libro -o i libri- che più hai amato? E quello o quelli che si sono rivelati una delusione?
R. Forse il libro che amo di più è un classico di Tolstoj, La morte di Ivan Ilic. Dico che è il più amato perché continuo a rileggerlo alla ricerca del segreto della sua “perfezione”. Com'è costruito, come si sviluppa, i personaggi, tutto sembra perfetto. Con quelle frasi memorabili: “La storia della vita di Ivan Ilic era la più semplice, la più comune e la più terribile” – da brivido. O il finale: “Finita la morte... Non c'è più” che Ivan sussurra mentre muore. E mi piacerebbe sapere il russo solo per leggere quel racconto. Per ora sono fermo al titolo: Smert Ivana Ilica. Libri che mi hanno deluso? Posso citare un autore che non mi appassiona, che vedo invece molto elogiato: Roberto Bolaño. Ha rilasciato interviste strepitose, ma come autore non mi piace, preferisco i suoi padri: Borges, Cortazar... Ecco, mi dà l'impressione di essere una versione aggiornata di questi grandissimi autori, ma – mi chiedo – basta per essere un grande scrittore? Personalmente, preferisco leggere l'originale, non la copia. Anche se questi, mi rendo conto, sono tempi di copie...

 

D. Cosa cerchi in un libro? Cosa attira di più la tua attenzione: la copertina, il titolo, l’autore, la bandella con la storia?
R. Cerco quello che trovo in Ivan Ilic. Che mi faccia vivere una vita in più, nel male come nel bene, nella gioia come nel dolore. Per questo, amo ad esempio molto Piero Chiara, la sua quotidianità crepuscolare. O i Sillabari di Parise. Amo libri molto diversi fra loro, perché amo le contraddizioni, le moltitudini.


D. Quale argomento ti appassiona e, secondo te, viene poco considerato dagli editori italiani?
R. L'horrror è un po' snobbato dagli editori italiani. Invece nell'horror c'è tutto: vita appunto, morte, mistero. E tanta suspense. Un nome come Edgar Allan Poe, nel passato, dovrebbe fugare ogni dubbio. E Stephen King oggi. Ad esempio, un libro come World War Z di Max Brooks è a suo modo un piccolo classico, il film non gli rende giustizia. Una volta, forse un po' esagerando, l'ho definito “Il guerra e pace degli zombie”, ma resta il fatto che è un libro complesso, che attraverso la figura dello zombie parla di cose grosse, Cina, il contagio, le nostre fragilità, sia strutturali che spirituali, l'altro che ci invade ecc.


D. E per finire cosa pensi degli e-book? Secondo te, quali sono i loro pregi e i loro difetti?
R. Sono uno strumento, dunque di per sé neutro. I pregi sono che puoi caricare centinaia di libri, fare ricerche mirate ecc. Il tutto nello spazio di una mattonella. Il difetto maggiore? Se cadono si rompono. I libri no. Ma temo che siamo a un passaggio epocale, come quando dal manoscritto si passò al libro a stampa. Adesso i manoscritti di pergamena ci sembrano rari e preziosi, oggetti insoliti. Succederà lo stesso con il libro cartaceo? Temo di sì, fra qualche secolo – se ci saranno ancora uomini – i libri di carta saranno qualcosa di raro e prezioso.


D. Li utilizzi?
R. Poco. Ho bisogno del contatto fisico, della carta, del rumore della grafite sul foglio, cose così. Non vi dimenticate che vengo sempre dal secolo e millennio scorso...


 

Chi è Flavio Santi
Vive tra la campagna pavese e quella friulana. Ha tradotto autori classi­ci (tra cui Herman Melville, Francis Scott Fitzgerald) e contemporanei (Wilbur Smith, Ian Fleming e molti altri). Insegna all’università dell’Insubria di Como-Varese.
Ha scritto di vampiri, precari, supereroi, ma soprattutto del Friuli, raccontandolo nelle raccolte di poesia Rimis te sachete/Poesie in tasca (Marsilio, 2001), Asêt/Aceto (La Barca di babele, 2003), nel memoir on the road Il tai e l’arte di girovagare in motocicletta (Laterza, 2011) e in alcuni reportage televisivi.
Nel 2016 è uscita la prima indagine dell’ispettore Drago Furlan, La primavera tarda ad arrivare (Premio La Provincia in Giallo); nel 2017 la seconda indagine, L'estate non perdona (Mondadori). È tradotto in diverse lingue, dall’inglese al coreano.
È tifosissimo dell’Udinese, e coltiva un piccolo orto.
È presente su Facebook e su Twitter.

 

 

 

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