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Leggere, secondo Livio Gambarini

 

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È diventato sempre più critico nei suoi giudizi e sempre più insofferente verso stili poco curati. Per quanto riguarda gli e-book, è convinto che in Italia ci sia una grande resistenza al cambiamento.





 

D. Quando vuoi rilassarti preferisci: guardare la televisione, andare al cinema o leggere un libro?
R. In salotto ho una bella TV da 42” che condivido con il mio coinquilino. In realtà non è affatto connessa al decoder: è solo un grosso schermo per le Playstation 3 e 4. Per rilassarmi, preferisco di gran lunga i videogiochi, i giochi di ruolo con gli amici e lo sport. Un tempo anche leggere libri mi rilassava molto. Negli ultimi anni sono però diventato sempre più critico nei miei giudizi di lettura e sempre più insofferente verso stili poco curati o lontani dal mio gusto, al punto che oggi leggo quasi unicamente ciò che mi occorre per lavoro.


D. Dove leggi abitualmente: in poltrona, a letto, alla scrivania? Se potessi scegliere, quale sarebbe il tuo luogo ideale per la lettura?
R. Quando leggevo molto, lo facevo dappertutto: sul divano, alla scrivania, in vasca da bagno, persino camminando per strada. A volte capita ancora; di recente però il tempo della lettura è molto diminuito e ora leggo soprattutto in metro, in coda alle poste e in generale nei ritagli di tempo. Per fortuna esistono gli audiolibri, di cui sono un affezionato consumatore, che mi trasformano in momenti di lettura ogni trasferta in auto! Il mio luogo ideale per la lettura rimane comunque la sedia sdraio sotto l’ombrellone: ogni estate mi ritaglio una settimana di vacanza con mio padre sull’Adriatico, durante la quale facciamo fuori tra i tre e gli otto romanzi ciascuno, tra un bagno e l’altro. Solitamente, il primo tra quelli di mio padre è l’ultimo che ho scritto.


D. Nel suo famoso Decalogo, al terzo posto, Daniel Pennac sancisce il diritto del lettore a “non finire il libro”: tu hai seguito questo consiglio? Se sì, con quale libro e perché?
R. Eccome! Da ragazzo finivo ogni libro che cominciavo. Da quando ho approfondito la narratologia e ho cominciato a seguire -e più di recente a tenere- corsi di scrittura, i libri che leggo capaci di non farmi storcere il naso sono una minoranza, per un motivo o per l’altro. Ogni anno inizio la lettura di oltre duecento libri, dei quali ne completo a malapena una cinquantina. Non è una cosa di cui vada fiero, ma penso sia il prezzo di avere le idee un po’ più chiare sulla scrittura.


D. Qual è il libro -o i libri- che più hai amato? E quello o quelli che si sono rivelati una delusione?
R. Vediamo… Sparsi tra saggi e narrativa, tra i preferiti devo citare, la “Commedia” di Dante, “De Delitti e delle Pene” di Cesare Beccaria, “L’origine delle specie” di Charles Darwin, “Armi, acciaio e malattie” di Jared Diamond, “Siddartha” di Herman Hesse, “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” di George Martin, la “Saga di Mondo Disco” di Terry Pratchett, la “Saga dell’Inquisitore Eymerich” di Valerio Evangelisti, “Pan” di Francesco Dimitri, “Godbreaker” di Luca Tarenzi.
Più numerose sono ovviamente state le delusioni, ma ciascuna per un motivo a sé, che richiederebbe una noiosa spiegazione. Di recente, sono rimasto deluso dalla lettura di “Alice in Wonderland” di Lewis Carroll, un grande classico che ancora mi mancava. Non ne discuto il valore letterario o l’impatto culturale, ma riflettendo sull’opera in sé, non posso fare a meno di trovarla sopravvalutata.


D. Cosa cerchi in un libro? Cosa attira di più la tua attenzione: la copertina, il titolo, l’autore, la bandella con la storia?
R. Quando oggi gironzolo in libreria faccio caso soprattutto alla combinazione “Casa editrice + Autore”, ma se tornassi indietro di qualche anno senz’altro sarebbe “Copertina + Titolo”. Allora come adesso, una volta destato il mio interesse, prendo in mano il libro e leggo la quarta di copertina (o il risvolto, a seconda di dove stia la sinossi). Se supera l’esame, allora sfoglio il libro, ne leggo l’incipit e qualche riga a caso; a quel punto finisce con me alla cassa. Non ho mai fatto caso alla fascetta gialla dello strillo; anzi, la sua inaffidabilità mi ha sempre infastidito.


D. Quale argomento ti appassiona e, secondo te, viene poco considerato dagli editori italiani?
R. Mi appassionano le nuove tecnologie. E poi la storia, la fantascienza e il fantasy di qualità, soprattutto se di autori italiani. Raramente il mercato è in grado di fornirmi ciò che cerco, ma questo si inserisce doverosamente in un discorso più ampio. Nel complesso, e con le dovute eccezioni, l’attuale editoria italiana mi appare come un gigantesco cadavere in putrefazione: i vertici dei grandi gruppi sono in mano a colti settantenni pre-digitali e direttori marketing indifferenti alle conseguenze a lungo termine delle loro campagne, che anno dopo anno si confrontano con la propria crescente incapacità di mantenere a galla la baracca, con conseguenti cessioni e fusioni; senza per questo mettere in atto un reale (e radicale) ricambio generazionale, che forse sarebbe l’unica opzione ancora percorribile da noi, “localmente”, prima che l’intero settore crolli nelle mani di qualche indifferente colosso estero, fornito di capitali. Ma anche l’obsolescenza del settore editoriale rientra in un discorso più vasto di cui fanno parte l’informazione, la televisione e i partiti politici, settori che nel nostro paese sono tutti strettamente collegati.


D. E per finire cosa pensi degli e-book? Credi che potranno sostituire i libri cartacei?  
È una domanda che andava molto di moda dieci anni fa. Oggi, negli stati culturalmente avanzati dell’Occidente, gli ebook si sono affiancati al cartaceo senza fargli concorrenza, consentendo al mercato librario nel suo complesso di recuperare terreno nei confronti dei nuovi media e di allargare il bacino dei lettori. Negli USA il numero di ebook venduti è simile a quello del cartaceo e nessuno dei due crea problemi all’altro, visto che assolvono a necessità di lettura differenti. In Italia, invece, il mercato dell’ebook è fermo intorno al 4% del totale; come sempre qui da noi c’è grande resistenza mentale al cambiamento: gli ebook sono ancora visti come un concorrente della carta stampata, una specie di bestemmia contro la sua sacralità e il suo (ultracitato) odore. Intanto il numero dei libri venduti si restringe di anno in anno e la nuova generazione cresce in larga parte disinteressata al libro, perché il settore non è al passo coi tempi. Ma che importanza ha? Noi adulti abbiamo i nostri bei libri da annusare, quindi va tutto bene! O no?


D. Li utilizzi? Secondo te, quali sono i loro pregi e i loro difetti?
R. Leggo un numero abbastanza equilibrato di ebook, audiolibri e libri cartacei. Tipicamente questi ultimi li leggo a casa o in vacanza, gli ebook nei tempi d’attesa e nei ritagli tra un impegno e l’altro e gli audiolibri quando viaggio in automobile (così ho anche smesso di odiare il traffico e i tempi morti). I vantaggi dell’ebook sono ovvi e numerosi: puoi leggerlo ovunque senza sapere in anticipo che ne avrai l’occasione, non hai l’ingombro di un volume (o molti, se si leggono più libri contemporaneamente), puoi utilizzare la comodissima funzione “cerca”, puoi prendere note, copincollarne citazioni, posizionare segnalibri intelligenti. I vantaggi dei cartacei sono minori per numero ma irrinunciabili: primo fra tutti, il poterne tenere diversi aperti contemporaneamente. Cosa, questa, utilissima per me, dal momento che per scrivere i miei romanzi storici medievali affronto lunghe e intense fasi di documentazione su saggi, cronache ed edizioni critiche. Sul versante della narrativa, invece, grande vantaggio del cartaceo è di essere autografabile: questo aspetto, al contrario dell’odore, incontra il mio vivo e reale interesse. Personalmente, ma qui so di essere eretico, del libro di carta amo la stropicciabilità: quando ho occasione di leggere in tranquillità un libro di carta, stabilisco con esso un legame affettivo molto fisico fatto di macchie di caffè, pieghine sulle pagine, spruzzi d’acqua della vasca da bagno, facezie e disegnini nei margini. Per questo trovo sciocco il discorso sulla superiorità dell’ebook o del cartaceo: entrambi hanno differenti punti di forza. Le preferenze individuali sono un’altra cosa e non si discutono, ma chi ancora non accetta la sostanziale trasversalità del libro tra carta, e-paper e voce, farebbe bene a ripensarci. Questo vale per i consumatori quanto per gli addetti ai lavori. Non è mai troppo tardi, per cambiare in meglio!



Chi è Livio Gambarini
Filologo, editor e docente del corso “Il Piacere della Scrittura” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dal 2011 ha fatto della scrittura la sua professione. Autore della trilogia di romanzi storici cominciata con “Le Colpe dei Padri” e “I Segreti delle Madri”, ambientati in Lombardia nel primo Trecento, del fantasy dantesco “Eternal War – Gli Eserciti dei Santi” e di numerosi racconti, attualmente è anche sceneggiatore di videogiochi per l’italiana Potato Killer Studios. Ha un sito in cui espone i suoi lavori e i suoi servizi professionali, tra cui l’interessante Writing Coach rivolto agli aspiranti autori di romanzi.

 

 

 

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