Leggere, secondo Giuseppe Landolfi Petrone

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Per rilassarsi guarda la tv, perché leggere impegna
la mente. Ha abbandonato un libro quando questo non svolgeva il suo compito. E pensa che l'e-book sia una possibile modalità di lettura.






 

D. Quando vuoi rilassarti preferisci: guardare la televisione, andare al cinema o leggere un libro?
R. Sono pigro, pertanto per rilassarmi guardo la televisione, che funziona benissimo quando ci si lascia andare con animo infantile. Al cinema preferirei sempre il teatro, ma non è facile organizzarsi in questo senso e in ogni caso non è del tutto rilassante. Nel leggere non mi rilasso, e credo sia una fortuna. Mi piace leggere perché la mente gestisce il ritmo e decide come e in che direzione orientare la lettura, e questo sforzo di concentrazione è così affascinante, che non consente abbandoni.


D. Dove leggi abitualmente: in poltrona, a letto, alla scrivania? Se potessi scegliere, quale sarebbe il tuo luogo ideale per la lettura?
R. Leggo prevalentemente alla scrivania, perché in genere lo faccio per motivi professionali. Ma mi piace molto variare sempre la posizione, per cui, quando mi è possibile, mi sposto con il libro in vari luoghi della casa. Il letto è senz'altro un posto meraviglioso per leggere, e per fortuna ora lo si può fare recando il minor fastidio possibile a chi ti sta accanto la sera. Ma il letto lo uso anche durante il giorno. Da ragazzo leggevo meravigliosamente anche per strada, e passeggiavo lungo la Caracciolo con il mio bel libro senza alcun problema. Ma ero ragazzo. Mi piace molto leggere in piedi e se potessi scegliere, leggerei molto volentieri a un leggio e ad alta voce.


D. Nel suo famoso Decalogo, al terzo posto, Daniel Pennac sancisce il diritto del lettore a “non finire il libro”: tu hai seguito questo consiglio? Se sì, con quale libro e perché?
R. Capita senz'altro di non portare a termine la lettura di un libro. I motivi sono disparati. Per esempio, ed è cosa molto comune con la saggistica, si legge in modo selettivo.
Non sono molto organizzato e succede spesso di leggere più cose contemporaneamente e questa cattiva abitudine favorisce l'interruzione.
Ma al di là delle cattive pratiche, un libro si interrompe quando non svolge il suo compito o quando lo esaurisce subito. Nel primo caso la narrazione non segue uno sviluppo letterario, ma vagheggia in altri ambiti surrettiziamente e questo (almeno a me) infastidisce. Il caso più eclatante è Baudolino, che non ho mai finito di leggere, perché prevale l'elemento intellettualistico su quello narrativo. Nel secondo caso lo schema narrativo si svela fin dall'inizio e finisce con il prevalere sulla storia in quanto tale. L'esempio massimo è il Il signore degli anelli, in cui la chiave è più importante della storia e finisce per annoiare, almeno me. Può capitare di non riuscire a leggere tutto per mancanza di concentrazione e personalmente sono tra quelli che purtroppo non hanno mai portato a termine l'Ulisse, che mi richiede sforzo continuo che non sono mai riuscito ad assicurarmi.


D. Qual è il libro -o i libri- che più hai amato? E quello o quelli che si sono rivelati una delusione?
R. Due letture che per me sono imprescindibili e forse non rientrano nei circuiti ordinari, sono: Gli eroici furori di Giordano Bruno, che è libro difficile, ma stupendo; la Scelta di poesie filosofiche di Tommaso Campanella, che è esercizio poetico, sforzo umano, dramma vivente di un'intensità tale, che tutte le volte che lo leggo mi procura una vera scossa. Ma si tratta di filosofi, per cui vanno considerate letture di ambito speciale.
I libri che ho amato veramente sono tanti, ma provo a fare un breve elenco un po' estemporaneo e vagamente cronologico rispetto alla mia biografia: Ventimila leghe sotto i mari, Il conte di Montecristo, Don Chisciotte, I promessi sposi, Le cosmicomiche, Cent'anni di solitudine, Cime tempestose, di recente Hosseini mi ha molto colpito con E l'eco rispose. Aggiungo i meno noti racconti di Giuseppe Marotta, in particolare la Città del sole e L'oro di Napoli che hanno un loro formidabile senso.
La delusione più netta l'ho provata per L'amore al tempo del colera, in cui lo sguardo sul tema dell'amore è soprendentemente confuso e limitato. Una certa delusione mi ha anche procurato a suo tempo L'uomo senza qualità, più vicino a una sinfonia di Bruckner che a un vero romanzo.


D. Cosa cerchi in un libro? Cosa attira di più la tua attenzione: la copertina, il titolo, l’autore, la bandella con la storia?
R. In un libro cerco qualcosa che mi faccia ritrovare, mai qualcosa in cui perdermi. Un atteggiamento un po' intellettualistico, mi rendo conto, ma non so fare altrimenti. Del libro senz'altro mi attira di più la copertina, che dovrebbe sempre essere elegante, più che appariscente. Mai comprato un libro con il titolo in caratteri dorati e a rilievo. La copertina è una parte del testo e andrebbe curata con grande attenzione, perché è anche l'immagine fedele dell'editore. Non a caso una volta le copertine venivano affidate ad artisti come Bruno Munari o Enzo Mari.


D. Quale argomento ti appassiona e, secondo te, viene poco considerato dagli editori italiani?
R. Nelle librerie e nei cataloghi degli editori si fa sempre più fatica a trovare scaffali di filosofia. Lentamente sta sparendo ed è ormai tag raro. Spesso la filosofia viene associata a tre argomenti che vengono invece coltivati con una certa insistenza, anche se non in modo massiccio: psicologia, rinascita spirituale, retorica e comunicazione vincente. Tutte queste sono facce della stessa medaglia: la cura di sé, che non ha quasi nulla a che fare con la filosofia.
In campo letterario, non credo esistano argomenti, ma uno spirito poetico ed estetico che dovrebbe reggere ogni e qualsiasi tipo di approccio narrativo.


D. Cosa pensi degli e-book e più in generale dell’editoria digitale?
R. L'e-book è una possibile modalità di lettura e in questo senso non è che un supporto diverso che si aggiunge a quello cartaceo. Smette però di essere un libro come gli altri, quando la sua componente digitale assume rilevanza funzionale. In questo senso l'e-book diventa uno strumento e un ambiente di lavoro del tutto nuovo e che apre orizzonti inaspettati. Leggere un romanzo in formato cartaceo o digitale non cambia quasi nulla, e in questo senso è facile capire perché e in che modo entrino in concorrenza il mercato editoriale tradizionale e quello digitale: devono dividersi lo stesso pubblico di lettori. Ma se si studia un testo con occhio diverso e per scopi che vanno al di là del godimento, allora la differenza diventa abissale e il digitale offre una serie di funzioni che al giorno d'oggi sono ancora per lo più trascurate o non sfruttate dai lettori di e-book. In questo senso non c'è gara e il futuro del libro digitale sarà senz'altro molto florido in campo didattico e scientifico.


D. E infine, li utilizzi? Secondo te, quali sono i loro pregi e i loro difetti?
R. Li uso molto e ho diversi stili di approccio alla loro lettura e studio. I pregi sono nella loro semplicità d'uso, nella possibilità di compiere un'efficace lettura non lineare sfruttando le funzioni di ricerca dei software. In particolare nel campo della ricerca, nel quale mi muovo professionalmente, l'hardware è molto importante perché consente di favorire operazioni complesse di annotazione, collegamenti alla rete, scambio di informazioni che con ereader a inchiostro elettronico attualmente sono ancora un po' faticosi.
Il difetto maggiore è che, almeno in Italia, sono realizzati male. Spesso l'editoria compie dei veri e propri scempi quando converte il proprio catalogo in e-book, perché non cura con attenzione il codice e non verifica il testo accuratamente.
Un difetto potenziale degli e-book è il non pensarli come nodi di una rete più ampia e come elementi di un ambiente integrato. Se sono pensati come una raccolta multimediale, si commette il grave errore di confondere il libro con una applicazione, e questo fa perdere di unità narrativa (che deve reggere anche la saggistica).



Chi è Giuseppe Landolfi Petrone
Nato a Napoli nel 1957, nel luogo e nel momento giusto per capire che nella vita bisogna avere i piedi ben piantati in testa e che senza concentrazione, riflessione, pensiero non si può andare avanti. Del napoletano ha l'innata passione per la ritmica delle percussioni e la filosofia.
È un ricercatore universitario e ha insegnato a Napoli filosofia morale e antropologia filosofica; attualmente lavora all'Università della Valle d'Aosta, dove si occupa di linguaggio e comunicazione.
I suoi studi sono rivolti prevalentemente alla filosofia classica tedesca, in particolare a Immanuel Kant, e alla filosofia italiana, in particolare alla tradizione idealistica da Bertrando Spaventa a Benedetto Croce.

 

Se desiderate conoscere meglio Giuseppe Landolfi Petrone, potete visitare la sua pagina Facebook. 

 

 

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