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Editor, necessario professionista o superfluo mestierante?

editor




Da qualche decennio, sembra che per pubblicare un romanzo sia necessario sottoporlo prima all’intervento di un Editor.
Ma chi svolge questo lavoro?
E, soprattutto, ha davvero un carattere di “necessità”?
C’è un solo Editing o ve ne sono “diversi”?
Oppure è solo una questione di Marketing, cugino in primo grado del Business…

 

 

 [ pdf-icon Qui trovi la versione in PDF di questo articolo ]

Cominciamo con il prendere uno Scrittore e il suo lavoro tipo.

Un autore scrive, rilegge e poi corregge: con metodi e tempistiche NON rigide, e con questo intendo che tempi, metodi e,scrivere
soprattutto, modalità possono (devono) variare da scrittore a scrittore.

Ecco, è lì, un dattiloscritto di 100, 200 o 400 fogli A4, rilegati con una spirale in plastica rossa.

E mettiamo pure che questo dattiloscritto sia perfetto dal punto di vista grammaticale e sintattico, nessuna sciatta ripetizione e neppure nessuna approssimazione nella descrizione dei personaggi e del loro carattere.

Ma poi, nel processo verso la pubblicazione, interviene la “filosofia dell’editing” che esige per ogni scritto in attesa di edizione (cartacea o digitale) un passaggio ineludibile: una supervisione/revisione che la casa editrice affida alla figura dell’Editor.

Sì perché con il tempo, si è arrivati a pensare che per la pubblicazione di un romanzo, ma anche di un saggio, fosse imprescindibile un processo di Editing.

E così, il dattiloscritto ideato-scritto-confezionato dallo Scrittore arriva sulla scrivania di un Editor.

 

 

Fenomenologia di un mestiere

Chi è un Editor e che mestiere fa? E perché l’opera creativa di un’altra persona arriva necessariamente sulla sua scrivania? E, soprattutto, cosa accade a quel “dattiloscritto”???

leggere
Sulla Treccani Online leggiamo:

In editoria, il redattore di una casa editrice a cui è affidata la cura di un testo altrui al fine di prepararlo per la pubblicazione.”

 

Ecco, oggi su questo benedetto mestiere dell’Editor c’è invece parecchia confusione, una confusione non sempre ingenerata da altri. Spesso, anzi, sono gli stessi Editor [non tutti, è chiaro] che, di fronte alle condizioni disastrose nelle quali verte la lingua italiana in certuni dattiloscritti, vendono il loro mestiere in altri ambiti, offrendosi quali correttori di grammatica, analisi logica, strutturazione del periodo e consecutio temporum… Così chi scrive, a ragion veduta, immagina che l’Editor sia una persona che ha ben studiato la Grammatica e tutte quelle cose lì, e che quindi sia assolutamente in grado, con sguardo d’aquila, di cogliere ogni possibile refuso [oggi gli svarioni grammaticali si chiamano così… sic!] sia sfuggito agli autori di un testo.

Un tempo, nelle case editrici ma anche nelle redazioni dei giornali, questo “lavoro di correzione” era affidato un po’ al proto, un po’ al correttore di bozze e un po’ a diversi incaricati che gravitavano tra le redazioni e le tipografie. Io ho avuto l’occasione di conoscerne uno e vi assicuro che era un vero e proprio digesto di grammatica e sintassi, e lo si stava ad ascoltare affascinati.

 

 

Editor o maestrine dalla penna rossa?

Da diversi anni, almeno una ventina e in modo via via crescente, nella “filiera” editoriale ha acquistato rilievo la figuraerrori-grammaticali
dell’Editor, ma spesso con ruoli professionali particolari…

Oggi, infatti, leggiamo nei curricula di tanti rampanti Editor questa offerta: revisione grammaticale del testo.

Nasce quindi la domanda: perché, perché questa offerta anziché una conforme al prestigio insito in quella classica?
Per rispondere in modo esaustivo a questa domanda dovrei dare un po’ di martellate a tanti aspiranti scrittori, ma anche a parecchi cosiddetti scrittori [e già la differenza tra le due categorie necessiterebbe almeno di un altro paragrafo…], che considerano la forma secondaria rispetto al contenuto che propongono e che quindi tralasciano una seria revisione (ortografica, grammatica e sintattica) dei loro lavori.

In ragione di brevità, mi limiterò a considerare solo quella che per me è la ragione alla base di questa offerta minor da parte degli Editor.

 

Quello che in altri tempi era sembrato un mestiere cool [in Italiano, molto alla moda e quindi figo] in questi anni di vacche magre, per la diffusione di opere di letteratura e saggistica varia, sta trasformando i fasti di quel mestiere in un boomerang: troppo esclusivo e di nicchia per riuscire a garantire un sostentamento decente a chi lo pratica… Così, in tempi di carestia, potrebbe capitare di vedere un laureato in Ingegneria intento, invece che a progettare grattacieli o quartieri interpreti di una nuova filosofia abitativa, a offrirsi per un posto da manovale ma anche per quello di semplice muratore.

E vi è poi il caso limite [non troppo singolo e neppure tanto “limite”] di alcuni mestieranti che sbandierano quella forma di “correzione” come un vero e proprio Editing. Illudendo i loro committenti, ad esempio gli “aspiranti-scrittori” noti anche come Self Publisher, di essersi avvalsi di un genere di consulenza che, nella pratica dei fatti, nessuno ha in realtà svolto per i loro testi.

  

 

Publisher
Quelli pagati per generare Business

Ma arriviamo al nocciolo: cosa dovrebbe fare un Editor?

L’ideale prevede che il lavoro di Editing sia una felice collaborazione tra lo Scrittore e l’Editor.
Lo Scrittore ha un’idea creativa alla quale dà svolgimento scrivendo un libro. L’Editor, idealmente, dovrebbe aiutare lo Scrittore ad esprimere al meglio questa sua idea, evidenziando i punti di forza e le eventuali défaillance rilevate nello scritto che ha in mano.


Ma il più delle volte -c’è da tenere nel giusto rilievo questa osservazione- l’Editor non è un free lance, anzi, nella maggior parte dei casi egli lavora alla dipendenze di una casa editrice e quindi…
A proposito del magico lavoro dell’Editore… Come sopra, in merito alla differenza tra scrittori ed aspiranti scrittori, anche riguardo l’Editore –chi era e cosa faceva, cosa è diventato oggi nella maggior parte dei casi- ci sarebbe materiale per un altro intero Post, quindi vado al nocciolo.

Vista la situazione italiana in merito alle Belle lettere e al leggere e preso atto che oggi sempre più spesso molti Editori hanno trasformato (o almeno tentano di far diventare) il loro lavoro in un Business, l’Editor alle loro dipendenze svolge la propria attività in un modo che definire “discutibile” è ancora un segno di cortesia nei loro confronti.

Certo ogni Editor può fregiarsi di un “metodo” di lavoro -e qui, secondo me, si colloca uno dei punti nodali del problema diGreta-Garbo
questo lavoro-, perché non esiste un solo modo di interpretare un’opera della creatività umana ma soprattutto l’Editor, per mandato dell’Editore di cui è alle dipendenze, sonda un manoscritto, e vi applica le proprie capacità tecniche per trarre da un’opera un’opera di successo, e che quindi sostenga il Business del suo datore di lavoro.

Per dirla in altri termini è un po’ come forzare Greta Garbo a truccarsi stile Liz Taylor, perché in un preciso momento è acclarato che quel tipo di make-up ha successo, ergo crea Business.

 

Quale fosse poi l’idea creativa all’origine del lavoro dello Scrittore, quanto questo maquillage la stravolga/tradisca e infine la sfiguri snaturandone persino la ragione d’essere, questo oggi è ininfluente, del tutto marginaleLiz-Taylor
per la maggior parte degli Editor alle dipendenze di un Editore…

E c’è da dire, per concludere questa breve “toccata e fuga” su un aspetto tutt’altro che secondario del mestiere di Editor, che alle volte queste “revisioni per il Business” accidentalmente possono anche migliorare un manoscritto, rendendo esplicito ciò che era ancora qualcosa di confusamente involuto, rendendo un’opera in potenza in una splendida opera in atto. Ma come dire… pecore bianche o, se preferite, per accidens.

 

 

Quelli del Terzo Tipo

Dal punto di vista di chi idealmente ama gli scritti estremi di Gertrude Stein, riconoscendo al suo genio il merito di averci portati al di là dei limiti immaginabili di una qualsiasi possibile evoluzione della forma- romanzo, ma allo stesso tempo riconosce nella sua poetica un rischio estremo -seguendo il suo pensiero nulla più avremmo avuto da leggere con piacere di contemporaneo- mi sono posta da tempo un interrogativo riguardo la funzione di un buon Editing, quello che potremmo definire un Editing del Terzo Tipo.

Leggendo le ferree regole dell’editoria anglo-americana, scopriamo che in ambito “Libri” sono addirittura tre le figure professionali coinvolte: l’Acquisitions Editor, il Project Editor e il Copy Editor o Manuscript Editor… Qui si sottolineano due questioni importanti.

lettrice
La prima:

all’estero, il più delle volte, l’Editor è una figura indipendente rispetto all’Editore [mentre in Italia anche in ambito giornalistico la figura del free lance non gode di buona salute, anzi… Figuriamoci un Editor free lance!] e, quindi, immaginiamo che grazie a questa sua autonomia egli garantisce allo Scrittore anche una maggiore libertà di giudizio.

La seconda:

in questi Paesi, di tradizione davvero liberale, gli autori in cerca di pubblicazione spesso, anziché andare a bussare alle case editrici, si rivolgono alle Agenzie letterarie, vere e proprie Factory, con al loro interno Editor di valore, che si occupano di “preparare” il testo per la vendita.

Altrettanto spesso sono gli Editori stessi a contendersi un autore, anche al suo primo libro. In Italia le Agenzie letterarie sono mosche bianche, e se l’attività di Editore ha la nomea di essere un buco nero per le economie di chi vi opera, gli Agenti letterari godono, in merito ai profitti, di una reputazione persino peggiore. Da noi le Agenzie letterarie, semplicemente, non vanno.

 

 

Il decalogo per l'Editing

Confesso che a spingermi alla scrittura di questo Post -che, immagino, attirerà sulla mia persona le simpatie di numerosi editoria-digitale
Editor- è stato un caso fortuito verificatosi dopo che per anni avevo osservato, silente, Editor (o sedicenti tali) all’opera, e averne saggiato cultura e metodiche. È capitato in un luogo di pubblico scambio, quale la pagina di un social network; la classica goccia che fa traboccare un vaso già colmo.

Qualche giorno ho letto l’intervento di uno di questi mestieranti impegnato a snocciolare una specie di decalogo di regole base che, a suo dire, dovrebbero essere applicate in prima battuta [ad occhi chiusi] a un manoscritto, per renderlo perlomeno degno di essere preso in esame da un Editor.

Come a dire: prima di pretendere che noi si degni di uno sguardo i vostri libri voi mondateli di questi errori marchiani.

Di quell’elenco mi ha colpita, ad esempio, l’interdizione assoluta ad usare i due punti [così, dopo la casuale morte accidentale del punto e virgola, sono stati giustiziati -con un’esecuzione all’alba sulla pagina di un Bloggaro d’infima specie- anche i due punti…], la messa all’indice delle parentesi […sic!] e l’assoluta interdizione a porre gli aggettivi prima dei sostantivi, per non citare l’incondizionato divieto a utilizzare i cosiddetti puntini di sospensione […]!


A parte il fastidio immediato che questa raccolta di precetti autoritari [tutt’altro che autorevoli] mi ha suscitato, devo però riconoscerle il merito di aver fatto traboccare quel citato vaso, spronandomi a vincere la mia nota accidia per offrirvi questa logorroica lettura che però auspico sia anche per voi materia per ulteriori cogitazioni.

Ma come si può pensare di stilare una specie di elenco di cosa deve o non deve fare un autore scrivendo?James-Joyce

Quanta arroganza e/o faciloneria sono sottese a un simile gesto?

A priori il signor Brambilla, chiamerò così [che da par suo non saprebbe usare la propria creatività neppure per condirsi in modo originale un piatto di spaghetti] il nostro sedicente Editor, enuncia quelle che secondo lui sono le regole cui un Autore deve attenersi per proporre il suo lavoro a una casa editrice per un’eventuale pubblicazione.

Ma come si permette? Chi si crede di essere? Cosa va dicendo? Ma è sano di mente o…?

Mentre sono qui a scrivere mi pare quasi di vederlo, con il volto iracondo e quasi paonazzo, imporre il suo decalogo a…

A chi? A un certo James Joyce, ad esempio, in piedi accanto alla splendida Virginia Woolf che fuma, inarcando il sopracciglio sinistro, mentre prende sottobraccio l’ansioso Franz Kafka venuto a proporsi con una delle sue cupe metafore.

 

Se poi un Informatico, domani, utilizzasse questo decalogo dell’Editor arrogante per programmare un bel software, battezzato con l’altisonante nome, “Editor for Dummies!”, il signor Brambilla non potrebbeVirginia-Woolf
aver nulla da eccepire, anzi. La creazione dell’Informatico sarebbe forse il completamento di quella ricerca che già da qualche anno si svolge negli U.S.A. e che farebbe la felicità di tutti gli Editori (o quasi) del pianeta terraqueo: un software in grado di produrre romanzi.

Ne ho letto qualche tempo fa: come in una specie di miscelatore/frullatore vengono inseriti i personaggi, con nomi e caratteristiche e poi si dice al software quale genere di romanzo si desidera, se rosa fantasy o…
Con un bel Plug in tipo “Editor for Dummies!” a corredo cosa potrebbe sognare ancora un Editore per sviluppare il proprio Business?

 

 

L’etica dell'Editing

Prima di consegnarvi la mia opinione in merito a questo mestiere della modernità, vorrei offrirvi un ulteriore tassello affinchéFranz-Kafka
anche voi possiate disporre di quanto vi necessita per completare il ragionamento.

 

Per vie traverse e in modo del tutto accidentale mi è capitato di leggere un intervento d’annata di Alessandro Baricco in merito a Raymond Carver e all’opera del suo Editor, certo Gordon Lish.
Lo scritto di Baricco è del 1999 e cita, come fonte, un articolo [a firma D.T. Max] pubblicato qualche mese prima sul Magazine del New York Times. Il giornalista newyorkese aveva nelle orecchie quella diceria che sosteneva che Gordon Lish, nella sua carriera di Editor di Carver, avesse radicalmente modificato il lavoro dell’acclamato autore, al punto di rendere l’opera pubblicata assolutamente irriconoscibile rispetto all’originale.

Il nostro Baricco [al di là dei giudizi che ognuno può nutrire sui suoi meriti letterari] è senz’altro un pasionario della letteratura e quindi, presi armi e bagagli, volò in U.S.A., precisamente nella biblioteca della cittadina di Bloomington dove sono conservati i testi originali di Carver prima e dopo gli interventi di Lish.

Vi riporto il testo di Baricco perché è imperdibile:

 

«(…) Così mi son seduto, ho chiesto il fondo Gordon Lish, e mi son visto portare uno scatolone da traslochi, pieno di ordinatissime cartelline. In ogni cartellina, un racconto di Carver. Il dattiloscritto originale con le correzioni di Gordon Lish. Purché non usassi biro, tenessi i gomiti sul tavolo, e girassi i fogli uno ad uno, potevo toccare e guardare. Grande. Sono andato dritto al più bello (secondo me) dei racconti di Carver: Dì alle donne che usciamo. Un marchingegno pressoché perfetto. Una lezione. Ho preso la cartellina, l'ho aperta. Mi son ripetuto che dovevo tenere i gomiti sul tavolo, e ho iniziato a leggere. Da non crederci, gente.

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L'ha scelto anche Altman, per il suo America oggi, quel racconto. Piaceva anche a lui. Otto paginette e una trama molto semplice. Ci sono Bill e Jerry. Amici del cuore fin dalle elementari. Di quelli che si comprano la macchina metà per uno e si innamorano delle stesse ragazze. Crescono. Bill si sposa. Jerry si sposa. Nascono bambini. Bill lavora nel ramo grande distribuzione. Jerry è vicedirettore di un supermercato. La domenica, tutti a casa di Jerry che ha la piscina di plastica e il barbecue. Americani normali, vite normali, destini normali. Una domenica, dopo pranzo, con le donne in cucina a riordinare e i bambini a far casino in piscina, Jerry e Bill prendono la macchina e vanno a farsi un giro. Per strada incrociano due ragazze, in bicicletta. Accostano con la macchina e fanno un po' i fessi. Le ragazze ridacchiano. Non gli danno molta corda. Bill e Jerry se ne vanno. Poi tornano. Non è che sanno benissimo cosa fare. A un certo punto le ragazze posano le biciclette e imboccano un sentiero, a piedi. Bill e Jerry le seguono. Bill, un po' spompato, si ferma. Si accende una sigaretta. Qui il racconto finisce. Ultime quattro righe: "Non capì mai cosa volesse Jerry. Ma tutto cominciò e finì con una pietra. Jerry usò la stessa pietra su tutte e due le ragazze, prima su quella che si chiamava Sharon e poi su quella che doveva essere di Bill". Fine. Freddo, asciutto fino all' eccesso, metodico, micidiale. Un medico alla milionesima autopsia tradirebbe maggiore emozione. Puro Carver. Un finale fulminante, e un' ultima frase perfetta, tagliata come un diamante, semplicemente esatta, e agghiacciante. Quell' idea di impietosa velocità, e quel tipo di sguardo impersonale fino al disumano, son diventati un modello, quasi un totem. Scrivere non è stata più la stessa cosa, dopo che Carver ha scritto quel finale. Bene. E adesso una notizia. Quel finale non l' ha scritto lui. L' ultima frase - quella splendida, totemica ultima fase - è di Gordon Lish. Al suo posto Carver, in realtà, aveva scritto sei cartelle sei: buttate da Gordon nel cestino. Leggerle, fa un certo effetto. Carver racconta tutto, tutto quello che, nella versione corretta, sparisce nel nulla dando al racconto quel tono di formidabile, lunare ferocia. Carver segue Jerry su per la collina, racconta lungamente l' inseguimento a una delle due ragazze, racconta Jerry che violenta la ragazza e poi si rialza, e rimane come intontito, e inizia ad andarsene, ma poi torna indietro, e minaccia la ragazza, vuole che lei non dica niente di quel che è successo. Lei non fa che passarsi le mani nei capelli e dire "vattene", solo quello. Jerry continua a minacciarla, lei non dice nulla, e allora lui la colpisce con un pugno, lei cerca di scappare, lui prende una pietra e la colpisce in faccia ("sentì il rumore dei denti e delle ossa che si spaccavano") si allontana, poi torna indietro, lei è ancora viva, si mette a urlare, lui prende un' altra pietra e la finisce. Il tutto in sei cartelle: che vuol dire senza sbrodolature, ma anche senza fretta. Con la voglia di raccontare: non di occultare. Sorprendente, vero? Anche di più è leggere il finale, voglio dire proprio le ultime righe. Cosa mise il freddo, disumano, cinico Carver, alla fine di quella storia? Questa scena: Bill arriva sul colmo della collina e vede Jerry, in piedi, immobile, e accanto a lui il corpo della ragazza. Vorrebbe scappare ma non riesce a muoversi. Le montagne e le ombre, intorno a lui, gli sembrano un incantesimo oscuro che li imprigiona. Pensa irragionevolmente che magari scendendo di nuovo fino alla strada e facendo sparire una delle due biciclette tutto quello si cancellerebbe e la ragazza la smetterebbe di essere lì. Ultime righe: "Ma Jerry adesso stava in piedi davanti a lui, sparito nei suoi vestiti come se le ossa l' avessero abbandonato. Bill sentì la terribile vicinanza dei loro due corpi, la lunghezza di un braccio, anche meno. Poi la testa di Jerry cadde sulla spalla di Bill. Lui sollevò una mano e, come se la distanza che adesso li separava meritasse almeno quello, si mise a dare dei colpi a Jerry, affettuosamente, sulla schiena, scoppiando a piangere". Fine. Adieu, mister Carver.

Ora: qui la curiosità non è quella di capire se sia più bello il racconto come l' ha scritto Carver o com' è uscito dalla falce di Gordon Lish. La cosa interessante è scoprire, sotto le correzioni, il mondo originale di Carver. E' come riportare alla luce un dipinto su cui qualcuno, dopo, ha dipinto un' altra cosa. Lavori di solvente e scopri mondi nascosti. Una volta iniziato, è difficile fermarsi. Infatti non mi son fermato. Di' alle donne che usciamo è il capolavoro che è anche perché realizza alla perfezione un modello di storia che poi avrebbe avuto, sugli eredi più o meno diretti di Carver, un fascino fortissimo. Quel che si racconta lì è una violenza che nasce, senza apparenti spiegazioni, da un terreno di assoluta normalità. Più il gesto violento è immotivato, e più chi lo compie è una persona, sulla carta, assolutamente ordinaria, più quel modello di storia diventa paradigma del mondo, e abbozzo di un' inquietante rivelazione sulla realtà. Troppo inquietante e affascinante, per non esser presa sul serio. Tutti i ragazzi per bene che, in tanta recente letteratura buona e meno buona, uccidono nel modo più efferato e senza alcuna ragione, nascono da lì. Ma se si usa il solvente, si scopre una cosa curiosa. Carver non ha mai pensato a Jerry come a uno davvero normale, come a un americano ordinario, come a uno di noi. Bill, lui sì, lo è. Ma Jerry no. E il racconto semina qua e là piccoli e grandi indizi. Parlano di un ragazzo che perde il lavoro perché "non era il tipo cui piacesse sentirsi dire cosa doveva fare". Parlano di un ragazzo che al matrimonio di Bill si ubriaca, si mette a corteggiare pesantemente entrambe le damigelle della sposa e va a cercarsi una rissa con gli impiegati dell' albergo. E in auto, quella famosa domenica, quando vedono le due ragazze, il dialogo originale carveriano è piuttosto duro: (Jerry) "Andiamo. Proviamoci". (Bill) "Gesù. Non so. Dovremmo tornare a casa. E poi sono un po' troppo giovani, no?". "Vecchie abbastanza da sanguinare, vecchie abbastanza da... lo conosci il detto no?" "Sì, ma non so". "Cristo, dobbiamo solo divertirci un po' con loro, fargliela passare brutta per un po' ...". Ce n' è abbastanza perché il lettore senta puzza di violenza e tragedia in arrivo. E quando la tragedia arriva è lunga sei pagine, ed è ricostruita passo per passo, spiegata passo per passo, con una logica che agghiaccia ma è una logica, in cui ogni gradino è necessario, e tutto sembra, alla fine, quasi naturale. Tutto viene in mente tranne un teorema che descrive la violenza come un improvviso segmento impazzito della normalità. La violenza, lì, è piuttosto il risultato di una operazione lunga una vita. Solo che Gordon Lish cancellò tutto. Aveva del talento, niente da dire. Fin nei più piccoli indizi, toglie a Jerry il suo passato, compresi gli ultimi minuti a ridosso dell' assassinio. Vuole che la tragedia, surgelata, sia messa in tavola nelle ultime quattro righe. Niente anticipazioni, please. Si perde l' effetto. Risultato: American Psyco nasce lì. Ma Carver, lui, cosa c' entra?

Posso permettermi una nota più tecnica? Bene. Carver è grande anche per certi stilemi che, magari senza che il lettore se neRc-di-cosa-parliamo
accorga, costruiscono sotterraneamente quello sguardo micidiale per cui è diventato famoso. Trucchi tecnici. Ad esempio i dialoghi. Asciuttissimi. Cadenzati da quello sfinente e ossessivo "disse" che, nella sua prosa, finisce per diventare una specie di batteria che dà il tempo, con implacabile esattezza. Esempio: proprio il dialogo, sopra citato, tra Bill e Jerry, in macchina. Nella edizione ufficiale è un bell' esempio di stile carveriano. "Guarda là", disse Jerry rallentando. "Quelle me le farei volentieri". Jerry proseguì più o meno per un chilometro e poi accostò. "Torniamo indietro", disse. "Proviamoci". "Cristo", disse Bill. "Non so". "Io me le farei", disse Jerry. Bill disse: "Già, ma io non so". "Oh Cristo", disse Jerry. Bill diede un' occhiata all' orologio e poi si guardò intorno. Disse: "Ci parli tu? Io sono arrugginito". Pulito, veloce, ritmico, non una parola di troppo. Un bisturi. Però è la versione di Gordon Lish. Il dialogo scritto originariamente da Carver suona diverso: "Guarda là!", disse Jerry rallentando. "Potrei farci qualcosa con quella roba là". Proseguì lungo la strada, ma tutt' e due si girarono indietro. Le due ragazze li guardarono e si misero a ridere, continuando a pedalare sul ciglio della strada. Jerry proseguì per un altro miglio poi accostò in una piazzuola. "Torniamo indietro. Proviamoci". "Gesù. Non so. Dovremmo tornare a casa. E poi sono un po' troppo giovani, no?". "Vecchie abbastanza da sanguinare, vecchie abbastanza da... lo conosci il detto, no?". "Sì, ma non so". "Cristo, dobbiamo solo divertirci un po' con loro, fargliela passare brutta per un po' ...". "Certo. Sicuro". Diede un' occhiata all' orologio e poi al cielo. "Parla tu". "Io? Io sto guidando. Ci parli tu. E poi son dalla tua parte". "Non so, sono un po' arrugginito". Sottigliezze? Mica tanto. Se uno costruisce petroliere, non gli vai a controllare le viti. Ma se fa orologi da taschino, sì. Carver era un orologiaio. Lavorava sul minimo. Il particolare è tutto. E poi le parole di un dialogo sono come piccoli mattoni, se ne cambi uno, non succede niente, ma se continui a cambiare alla fine ti trovi una casa diversa. Dov' è finito il mitico "disse"? Dov' è finita la batteria? E la regola del mai una parola di troppo? Dov' è finito quello che noi chiamiamo Carver? Per la cronaca: li ho contati, i "disse" aggiunti da Gordon Lish al testo di Carver. In quel racconto. Trentasette. In dodici cartelle di cui quasi la metà non sono dialogo e quindi non fanno punteggio. Lavorava di fino, Gordon Lish. Uno di talento, niente da dire. Fine della nota tecnica. Ma non dell' articolo: perché ho ancora un esempio. Clamoroso. L' ultimo racconto della raccolta Di cosa parliamo quando parliamo d' amore è brevissimo, quattro pagine. Si intitola Ancora una cosa. Formidabile, per quanto ne capisco io. Una scossa elettrica. E' un litigio. Un marito ubriacone, da una parte. La moglie, dall' altra, con una figlia piccola. La moglie non ne può più e urla al marito di sparire, per sempre. Lui dice delle cose. Si urlano delle cose. Non c' è quasi azione, solo voci che buttano fuori miseria, e dolore, e rabbia, macinando odio al ritmo degli ossessivi "disse". Quel che ti tiene col fiato sospeso è che tutto sta in bilico sulla tragedia. La violenza del marito sembra sempre lì lì per esplodere. E' una bomba innescata. C' è un istante in cui tutto diventa quasi insopportabilmente acuminato. Lui tira un barattolo contro una finestra. Lei dice alla figlia di chiamare la polizia. Ma poi quello che succede è che lui dice Va bene, me ne vado, e va in camera, e fa la valigia. Torna in salotto. La miccia della bomba sembra sempre più corta. Ultime battute, di odio puro. Il marito è ormai sulla soglia. Dice: "Soltanto una cosa voglio ancora dire". Punto, a capo. Ultima frase: "Ma poi non riuscì a pensare cosa mai potesse essere". Fine. E' il classico Carver. Miserie di un' umanità disarmata e senza parole. Nulla che accade, e tutto che potrebbe accadere. Finale muto. Il mondo è tragedia bloccata. Alla Lilly Library ho preso il dattiloscritto di Carver. L' ho letto. Sono arrivato al fondo. Il marito è sulla soglia. Si volta e dice. "Soltanto una cosa voglio ancora dire". Beh, sapete che c' è? Lì, in quel dattiloscritto, la dice. E come se non bastasse, sapete cosa dice? Ecco qua: "Ascolta, Maxine. Ricordati questo. Io ti amo. Io ti amo qualunque cosa accada. E amo anche te, Bea. Vi amo tutt' e due". Rimase in piedi sulla soglia e sentì le labbra iniziare a tremare mentre le guardava per quella che, pensava, sarebbe stata l' ultima volta. "Addio", disse. "Questo lo chiami amore", disse Maxine. Lasciò andare la mano di Bea. E chiuse la sua a pugno. Poi scosse la testa e sprofondò le mani nelle tasche. Lo fissò e poi lasciò cadere lo sguardo da qualche parte, per terra, vicino alle scarpe di lui. A lui venne in mente, come uno shock, che avrebbe ricordato per sempre quella sera e lei ferma in quel modo. Era orribile pensare che per tutti gli anni a venire lei sarebbe stata per lui quella donna indecifrabile, una figura muta chiusa in un abito lungo, in piedi al centro della stanza, con gli occhi a guardare per terra. "Maxine", grido. "Maxine!" "Questo lo chiami amore?", lei disse, alzando lo sguardo e fissandolo. I suoi occhi erano terribili e profondi, e lui li guardò, per tutto il tempo che poté. L' ho letto e riletto, questo finale. Non è stupefacente? E' come scoprire che, nella sua versione originale, Aspettando Godot finisce con Godot che effettivamente arriva, e dice cose sentimentali, o anche solo sensate. E' come scoprire che nella versione originale dei Promessi Sposi Lucia manda a books
stendere Renzo e finisce alla grande con una tirata anticlericale. Non so. Le dice "Ti amo", capito? Sembrava il capolinea dell' umanità e della speranza, quel suo silenzio, sulla soglia di casa sua. E invece era solo un uomo che prendeva il fiato, col cuore a mille, per trovare la forza di dire alla sua donna che lui l' ama, nonostante tutto, la ama. Non è il silenzio del deserto dell' anima. Doveva solo prender fiato. Trovare il coraggio. Tutto lì. Anche le Apocalissi, non sono più quelle di un tempo.
»

Cosa vi suscita leggere questo articolo?

Osserva ancora Baricco:

«(…) L'articolo sul Magazine del New York Times ricostruiva la vicenda e poi intervistava un po' di addetti ai lavori, interrogandosi suquanto il lavoro di editing abbia il diritto di sovrapporsi al lavoro dell'autore. E naturalmente chiedendosi se tutto ciò ridimensionasse la figura di Carver o no. Certo la faccenda è interessante, e anche qui in Italia potrebbe esser presa a pretesto per tornare a riflettere sul lavoro degli editor, e magari per scoprire qualche gustoso retroscena nostrano.»

[L’uomo che riscriveva Carver di Alessandro Baricco (La Repubblica, 27 aprile 1999)]

 

Ecco il punto dolens è proprio in questo interrogativo che alcuni addetti ai lavori americani si pongono: “quanto il lavoro di editing abbia il diritto di sovrapporsi al lavoro dell' autore.”

Nessuno, a mio parere.

Ciò che trapela dall’inchiesta del giornalista D.T. Max e dall’articolo di Alessandro Baricco è qualcosa di atroce, su cui potremmolibro
anche fare l’alba a discutere senza però arrivare a una conclusione univoca.

Qui non si tratta solo di capire qual è la versione migliore [seppure sia possibile emettere un giudizio del genere], no. Dimentichiamo per un attimo il valore degli attori in campo [Carver e Lish] e prendiamo dalla realtà il signor Brambilla, di cui sopra, per la parte dell’Editor e il signor Mario Rossi per il ruolo di Autore.

Il signor Rossi, insicuro come solo uno Scrittore non ancora pubblicato sa essere, consegna il suo dattiloscritto al quotatissimo Editor e, dopo qualche settimana, riceve - in cambio dei suoi 100, 200 o 400 fogli A4 [quelli cui abbiamo fatto riferimento nell’incipit di questo Post] - 100, 200 o 400 fogli A4 per lui irriconoscibili. Più del cinquanta per cento di quelle pagine presentano vistose mutilazioni, interi paragrafi quando non interi capitoli sono stati cancellati da vistosi tratti di pennarello, e il resto… Il resto somiglia più a un patchwork disordinato di frasi e periodi sconnessi che poco hanno in comune con il testo originario, tutto è a dir poco irriconoscibile.

Il signor Mario Rossi, ormai più che sicuro che la sua insicurezza fosse motivata, getta nel camino il suo dattiloscritto e si suicida.

Una storia simil-feuilleton? Può darsi… ma si dà il caso che questa narrazione ricalchi a grandi linee la vicenda umana di uno Scrittore italiano, ora collocato nell’Olimpo dei Grandi, un autore che io amo molto: Guido Morselli.

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La storia dell’arte è gremita di biografie di pittori maledetti, morti per inedia e disperazione, cui nessuna Galleria dava fiducia e che, post mortem, hanno avuto la bella soddisfazione di vedere le quotazioni dei loro dipinti raggiungere e superare cifre a sei zeri. Ma le loro opere, almeno, nessuno le ha corrette, ritoccate o aggiustate secondo il gusto del critico di turno.

L’Editing di un signor Brambilla a caso, invece, può stravolgere e rendere perciò irrecuperabili altre opere, opere di Scrittori insicuri, Autori alle prime armi, fragili creatori di Arte [con la A maiuscola].

Non so come la pensate voi in merito alle versioni dei racconti di Carver e a quelli rivisti da Lish, certo è che la vostra come la mia sono appunto solo “opinioni” che non generano danno, mentre l’”opinione” superficiale e arrogante di certi Editor può davvero essere nefasta, e non solo per gli scrittori che incontrano, ma anche per la platea dei fruitori di tali opere, per coloro per i quali ha preso vita il lavoro creativo di uno Scrittore: i lettori.

 

CONCLUSIONE UNO

Come concludo, a questo punto, il mio “ragionamento su Editor & Editing”?

In modo forse un po’ tranchant, ma io sono fatta così, prendere o lasciare.

Cominciamo a ridimensionare certi eccessi ai quali siamo arrivati, iniziando a dichiarare che la figura dell’Editor è accessoria, quando non addirittura superflua, per la pubblicazione di un libro [o di un e-book, se preferite], mentre continua ad essere necessaria quella dello Scrittore.

Continuiamo precisando che sarebbe il caso che uno Scrittore, o almeno chi vuole continuare a definirsi tale, investa una parte del suo tempo, se non lo ha già fatto, a studiare grammatica e sintassi, consecutio temporum e quant’altro formalmente necessario a consegnare al suo pubblico un testo che non sia un ripetuto insulto a chi ha investito soldi e aspettative nel suo libro.

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Prendiamo un autore a caso, certo
Alessandro Manzoni… e osserviamo dalle sue Biografia/ Bibliografia che, prima del definitivo I Promessi sposi, il primo Autore del “romanzo” italiano compose diverse versioni - Fermo e Lucia e Gli Sposi Promessi .

È evidente che il buon Manzoni operò sul suo lavoro (operò un auto-editing… sic!...) sino all’ottenimento di quell’ottimo esempio di narrativa che oggi noi tutti (o quasi) apprezziamo.

E lo stesso possiamo osservare per le scrittrici e gli scrittori che hanno lavorato ai loro romanzi almeno sino a vent’anni fa… Quando poi accadde che... In tutta onestà non so dirvi chi fu il primo Scrittore ad avvalersi di un Editor né se si trattò di una sua luminosa idea o se l’artefice fu il suo Editore, che immaginò di affiancare a un suo Autore una figura di sostegno.

 

 

CONCLUSIONE DUE

Devo, a conclusione di questa lunga esposizione, inserire una Postilla dovuta

Come molti tra quanti mi conoscono sanno, io oltre ad essere una Scrittrice e una Giornalista, mi occupo anche di Editingpunto-interrogativo
Professional
. Vi sembra una contraddizione dopo quanto espresso in questo mio Post?

No, non lo è.

Io declino l’attività di Editing in un modo tutt’altro che “autoritario”, ponendomi sempre in una condizione di ascolto nei confronti dell’Autore, alla ricerca e nel rispetto della sua idea creativa, quella per cui si è messo nel furioso e faticosissimo cimento di scrivere.

Questa mia sensibilità e il parallelo rifiuto rigoroso di piedistalli autoritari mi hanno , nel corso degli anni, guadagnato però più nemici che amici; la scelta di esprimere liberamente la mia opinione, senza sottostare al superEgo di Autori e Autrici che, in ultima analisi, alla mia lettura chiedevano soltanto una conferma quando non una piaggeria del loro presunto genio… Non mi ha arricchita né mi ha resa celebre, ma non ho rimpianti, se proprio devo dirvelo, fuori dai denti.

A queste persone, il più delle volte, ho donato in forma gratuita il mio lavoro e i miei suggerimenti, ma non me ne pento: in cambio ho ricavato una preziosa opportunità di conoscenza della specie umana.

Per questo continuerò con il mio Editing autarchico e onesto [alle volte un po’ indigesto], esortando gli Scrittori a perseverare in questo lavoro artistico ma anche artigianale, uno tra i pochi rimasti a poter fluire dall’autore al consumatore anche senza intermediari, mediatori o sensali altri, tutti personaggi di una filiera, quella editoriale, condannata dalla rivoluzionaria editoria digitale a un’inevitabile estinzione.

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Allora, a chiusura di questo ampio ragionare su questa faccenda dell’Editing, io vi consiglio di riporla in fondo, ma proprio all’estremo confine dei vostri pensieri.

Se uno Scrittore, tramite il suo lavoro, insegue solo l’obiettivo di conseguire la fama, è bene che rammenti sempre come questa è soltanto un accidens, che il più delle volte capita di sfiorare fama/fortuna senza neppure accorgersene. Se qualcuno ha scritto un libro per diventare ricco, ha di certo sbagliato mezzo.

Infine a poco o nulla contribuisce l’intervento di un Editor, che al massimo può travisare se non addirittura sovvertire una splendida idea creativa, quella che un giorno davanti a un foglio può aver spinto qualcuno a scrivere...

...«It was a dark and stormy night; the rain...»  [Era una notte buia e tempestosa; la pioggia…]

F.P.M.

 


 

 

 

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Martedi, 12 Dicembre 2017 19:02:44

 

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