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A proposito di Anatomia di un amore: una conversazione tra amici

conversazione
L'occasione è stata la pubblicazione di un romanzo,
Anatomia di un amore,
e su questa due amici hanno
avuto questa conversazione "virtuale"...


 


Gianfranco Meneo è un mio caro amico. In pochi giorni (ore?!) ha letto il mio ultimo romanzo, Anatomia di un Amore, e mi ha spedito questo suo scritto, che io considero un "dono" da condividere con voi che frequentate questa rivista online...

Ho impiegato qualche giorno per rispondergli, ma anche la mia risposta era giusto pubblicare.
Buone letture,
Flaminia


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    Gianfranco Meneo ha scritto:

anatomia200

    In una giornata di gennaio, fredda e asettica come solo può presentarsi un periodo post festività, una mail di un certo D. Moscati, irrompe in “Pianeta queer” con una domanda che ottiene l’effetto di incuriosire un gruppo di persone, tutte alla ricerca del loro significato di queer. In un alternarsi di messaggi che spaziano dall’attualità della guerra alla dimensione politica, etica e morale del vivere oggi, del sentirsi (o meno) queer, Flaminia dipinge un coacervo di personaggi che la sua mano rende dotati di un’alchimia particolare. D., che poi si paleserà come Davide, ha il dono di compattare persone troppo diverse, quasi disperatamente unite dalla ricerca di quel filo sottile che permette di sentirsi parte di una dimensione di cittadinanza sempre più sfumata, sempre più di parte, sempre più multiculturale ma sempre meno inclusiva. Fra tutte, la figura di Micol è particolare, forte eppure sensibile, solida eppure fragile, disponibile eppure sorda con se stessa. Micol sembra la robustezza, la pazienza, la narrazione. In realtà è semplicemente fragile come tutte le persone che hanno smesso di capire chi sono senza aver mai cessato di ricercarlo. Le mail le permettono di affrontare il mondo eppure sono facili da vincere con un semplice gesto del mouse che disconnette il proprio dispositivo.


        Il sommo potere del virtuale permette a questo gruppo di eclissarsi e poi riprendere vita appena qualcuno risveglia il sopito slancio con un pretesto argomentativo. Esattamente come facciamo quando affrontiamo paure, timori e cerchiamo un caldo rifugio. E quel rifugio è lo schermo e il suo anonimato. Questa velocità del nostro tempo, questi ritmi compulsivi ci pongono al bivio tra il desiderio di essere cercati, accarezzati e il desiderio di fuggire quando non si riesce più a reggere il confronto. Forse è il pasticciato senso italiano che si attribuisce al sentirsi queer, a quella definizione data in una mail da Luna con i sinonimi stronza/puttana/frocia.


        Flaminia, però, vuol trasmettere tutta quella nostra difficoltà di raccontare l’irraccontabile, di narrare se stessi, di guardarsi nell’immagine speculare che riflettiamo. E non è semplice nemmeno nel rapporto che s’instaura tra le mail personali di Micol e Davide. Esse sono il segnale della volontà di trovare se stessi senza capire il sentiero da seguire. Corpi in cerca di sé, mentre tra il chiaro e lo scuro di D. emerge un’ombra che Micol inizia a temere.
La loro storia ci insegna che un rapporto costruito metafisicamente può evaporare al sogno della concretezza per tanti motivi, per tante situazioni diverse, per le ombre che appaiono in ognuno di noi. Solo in una mail si può rinviare un silenzio, uno sguardo, una stretta, la dimensione del proprio corpo. A un certo punto è evidente che non si possono ascoltare le fiabe, la verità va affrontata sul piano del reale.


        Serve un uomo come Franco, personaggio di sfondo, amico di Micol, omosessuale convinto e soddisfatto, fiero nella sua dignità a spingere l’amica a comprendere che i chiaroscuri non sono mai pacifici, ad affrontare con coraggio se stessi. Che ogni sfida si deve toccare con mano. Ognuno di loro si porta dietro un carico di dolori enorme. Un vuoto, un vuoto al centro che poi tale non è perché quell’ombra dona una forza a D. per capire che oggi non è ancora domani e a Micol che i conti con se stessa non si possono tralasciare perché il tempo sfugge e prima o poi, pur nascondendoci, siamo costretti a guardare ciò che la luce riflette di noi e a sperare di continuare a dialogare nonostante tutto. Quanti interrogativi per lesbiche, gay, bisessuali e transessuali nascono dal lavoro di Flaminia, intenso come il fuoco, che squarcia quella cappa che avvolge tutta la nostra comunità. Perché in fondo le istanze lgbt continuano a non essere in primo piano, ad essere subordinate alle altre istanze sociali. Come i membri del gruppo viviamo nella perenne attesa di un’archiviazione del nostro agire che è poi il preludio della prescrizione dei diritti del nostro vivere. E chissà, forse ha ragione Nicoletta che in un momento di scambio di mail si definisce: “lesbica ma anche donna ma anche precaria e nemmeno più giovane”.
G. M.

Gianfranco Meneo [Gianfranco Meneo insegna negli istituti di II grado di Foggia. Si occupa di studi sociologici.
Nel 2011 ha pubblicato con Palomar edizioni "Transgender. Le sessualita' disobbedienti". Nella realta' locale in cui vive, da sempre "arida" nei confronti delle tematiche lgbt, ha avviato un lungo confronto di discussione che lo ha portato a fondare non senza polemiche Arcigay Foggia. Innamorato dell'idea di un attivismo libero, scevro da ogni condizionamento, lascia l'associazione verso la fine del 2012.
Alle recensioni dei libri e alla diffusione del libero pensiero contribuisce oggi con l'ausilio dei social network.]

 

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La mia risposta a Giancarlo

 

Ciao amico caro,
da due giorni mi interrogo su come e cosa risponderti. A te che hai letto il mio ultimo libro e che con tanta sensibilità ne hai scritto.
E in queste ore mi sono interrogata, anche, se dare a questa mia risposta il carattere di una comunicazione privata o se farlo pubblicamente.

Oggi finalmente, dopo una notte insonne trascorsa [tanto per cambiare] a scrivere, mi è chiaro che questo nostro scambio dev’essere offerto in lettura a chi vuole leggerci, a chi come noi è sempre in ricerca, a chi percorre ogni metro di questo Pianeta Blu con tutti i sensi allertati, e non riesce a trovare quiete nell’accidia. Il mio lavoro è da decenni pubblico, non c’è e non può esserci una parete tra la me stessa interiore e il mondo esterno, perché io [come te] ho scelto di scrivere e quindi di fare della comunicazione la mia mission primaria.


Chi ha iniziato a leggere questa mia potrebbe essere tratto in inganno per l’appellativo che ti dò nell’incipit, quel mio nominarti “amico”, e immaginare tra noi una lunga frequentazione di abitudini e gesti, una consuetudine a condurre insieme un tratto di strada, un’esperienza… Invece il nostro incontro, fisico, ha avuto la durata di una sera, una manciata di ore, nient’altro. Ci siamo visti e confrontati quel tanto che è bastato a trasformare una conoscenza sino a quel momento “virtuale” in una realtà. Poi, tu sei tornato nella città dove vivi, e il nostro rapporto ha ripreso i modi del virtuale.
Ma tu sei un mio amico, e anche se noi non ci fossimo mai incontrati - in quella sera di un’estate romana di tre anni fa - tu lo saresti comunque. Tra di noi, infatti, c’è un approccio alla vita simile e un modo di reagire ad essa ugualmente trasparente e onesto. Valutiamo il valore dell’esistenza nello stesso modo e, ancora, in modo identico soffriamo della disonestà e della falsità di molti.
Ma veniamo al motivo che oggi mi porta a scriverti…


Da qualche settimana io ho pubblicato il mio ultimo romanzo - Anatomia di un @more - e con trepidazione l’ho mandato a te, mio amico, che -e non è di certo un caso- da sempre hai dimostrato una grande sensibilità sulle tematiche delle quali io ho scritto in questo libro.
Tu lo hai letto subito, senza interporre altro di più urgente.

E poi, dopo neanche una settimana, hai mandato un’e-mail alla mia compagna scrivendo di cosa Anatomia ti aveva dato. Il tuo scritto mi ha commossa, per mille motivi, ma soprattutto perché quello che io volevo “comunicare” ti era arrivato dritto e preciso.
Sul “diabolico” Facebook ho scritto: “sono felice da lacrime agli occhi” ma quella condizione era, appunto, una felicità destinata a crescere e a lasciarmi per due giorni senza parole.

           Ti stai chiedendo perché?

Immagini possa essere stato per effetto del tuo commento ad Anatomia? Un effetto che nel tempo si era ampliato e mi aveva ancor più esaltata?
No.


No, caro amico mio. D’accordo la soddisfazione lecita di un’autrice a cui è stata riservata la gioia di leggere quello che tu hai scritto del suo lavoro, ma la mia felicità ha ricevuto una simile dimensione e si è, per così dire, tanto potenziata per ciò che la lettura del mio libro ha generato nella tua vita.

Difatti ho letto sulla tua bacheca di Facebook questo tuo pensiero: « E si riparte con una penna e dei fogli, anche se virtuali. E' il tempo a decidere quando il cuore inizia nuovamente il suo dialogo con la testa». Una frase che dava testimonianza, come già avevi preannunciato alla mia compagna, della tua intenzione di riprendere a scrivere. Un’attività per te vitale che, in ragione di alcune circostanze/esperienze dolorose della vita, avevi interrotto da mesi.

Ecco, caro amico mio, è per questo, e solo per questo, che la felicità ha messo radici nella mia testa e nel mio cuore. Per essere riuscita a riproporre il fantastico che era in quella fiaba di Andersen intitolata La regina della neve, la ricordi?... Il narratore raccontava di un bambino al quale la regina della neve aveva “gelato” il cuore e la mente con uno specchio o con un frammento di ghiaccio (perdonami, ma vado a memoria, una memoria remota…); una sua amica riusciva a sciogliere quel coagulo e lo liberava. Ecco la storia del mio scrivere Anatomia e della tua reazione nel leggerlo, a me fa venire in mente quella fiaba e mi fa sorridere di gioia.


E ti consegnerò anche un ulteriore elemento, che spiega proprio come la tua “reazione” combaci perfettamente con la mia interpretazione del ruolo di chi scrive, quale io credo sia il senso di definirsi scrittori, oggi. La ragione ultima e più profonda per la quale un essere umano, io (!), sia disposto a rinunciare a parte delle opportunità che la vita gli offre per rinchiudersi in una stanza e davanti a una tastiera consumare il suo tempo per scrivere un romanzo… È proprio in questa tua “reazione”, quella che mi hai donato, postando quelle due righe sulla tua bacheca di Facebook.

Qualsiasi sia il valore letterario e sociale di Anatomia di un @more, qualsiasi sia il tuo grado di apprezzamento intellettuale per il mio lavoro… tutto diventa relativo di fronte alla tua “reazione”, e quindi alla decisione che io ti ho aiutato a prendere.


Proprio in questi giorni ho mandato alcune righe a una saggista che sta raccogliendo testimonianze e dichiarazioni di persone omosessuali. Io, come sai, detesto i “ghetti” e, quindi, ho sempre rifiutato anche la categoria di “omosessuale”. Io mi considero una Persona, punto e a capo, e se qualcosa su di me devo aggiungere allora io sono una scrittrice. Nient’altro. Ma spesso, nella divulgazione, si è costretti a usare categorie nette e definite per consentire a chi ci legge di cogliere immediatamente il tema che intendiamo comunicare. Se un ragazzo gay o una ragazza lesbica cercano, nel mare magnum della comunicazione contemporanea, scritti nei quali “specchiarsi” allora il tema del quale trattiamo dev’essere immediatamente chiaro.

Così, dopo lunga riflessione, ho accettato di mandare il mio intervento per questo saggio. Un intervento che era una “testimonianza” della mia esperienza di donna lesbica (“forse”!!!) e di scrittrice.

E ad un certo punto ho scritto:
«(…)
Con il mio scrivere io amo pensare di porgere una mano, di invitare nel mio abbraccio le Persone, coloro che condannati a un solipsismo nient’affatto poetico dal mondo egoista e violento nel quale viviamo cercano con dolore una voce simile alla loro. Io vivo empaticamente il mio essere Persona e, naturalmente, lo faccio senza scordare l’adolescente che sono stata, quella ragazzina disposta a sopprimersi perché non aveva un luogo dove esprimere se stessa e trovare accoglienza.»

Ecco, vedi… Io, scrivendo Anatomia, ho porto la mia mano e tu… tu l’hai presa. Tu che eri costretto in un dolore che ti negava alla scrittura, che ti impediva di continuare nel dialogo con l’esterno, che avevi provato l’impulso di “lasciar perdere”, hai deciso di consentire al dialogo tra la testa e il cuore di riprendere, e domani -ne sono certa- questo dialogo si aprirà a noi nella comunicazione di un tuo nuovo scritto.
           Ed è questo il senso del mio scrivere che tu hai soddisfatto, consegnandomi alla “felicità”.

E per me ora è il momento dell’attesa. L'attesa di un tuo nuovo scritto.

Flaminia

40


da Gianfranco

Cara Flaminia ,
scelgo anch’io di comunicare pubblicamente questo mio sentire che è la risposta più vera e sentita a quella tua intima analisi del mio agire qui e ora. Amica mia, di quelle amicizie che si nutrono dei silenzi, delle parole e degli scritti, di quelle nate con il messaggio della tua compagna Marinella che chiedeva il 25 giugno del 2011 di presentare il mio libro da voi a Roma. Ero a Napoli durante il Pride regionale. Mi sento immediatamente proteso a dire si.

Credo di aver fatto allora una delle scelte più sensate della mia vita. Il calore che mi avete dato durante il nostro incontro non penso mi sarà dato ancora nella mia vita. Mi avete donato una spinta forte, vera, sincera. Io ero come imbambolato dalle tante situazioni che mi stavano accadendo.
Ero per così dire “fermo” nel mio assurdo girovagare. Avevo in mente una cosa. Volevo chiudere gli occhi e pensare alle mie di lacrime, al mio limite territoriale, etico e morale. Volevo impedire anche ad una sola persona di potersi sentire sola in una terra come questa, la mia Foggia. Un luogo tanto bello, soleggiato, radioso e pieno di spighe di grano ma anche  tanto arido, improduttivo e arretrato sul versante dei temi sociali e del riconoscimento dei diritti della comunità lgbt. Essere omosessuali qui significa anzitutto essere “ricchioni”. Senza se e senza ma. Ed ecco che, in uno spazio di tempo ristretto, superando non poche diffidenze continuo a parlare di tematiche in una città dove finora si era stentato a farlo.

Eppure Flaminia, credimi, sono stato educato in modo abbastanza rigido e con una concezione della relatività del valore materiale delle cose che mi circondano. Ho messo in piedi una trama di relazioni, rapporti, entusiasmi con il solo aiuto della passione e di una chiavetta TIM per la connessione ad Internet. Nulla di più. Per me il lavoro è andare tutti i giorni a scuola, insegnare. Quell’impegno sociale era altro. Era un fiume che implodeva nel sangue. Sicuramente rabbia di un tempo trascorso ma anche voglia di fare, di smitizzare il detto angoscioso che perseguita gli abitanti di questo posto: “Fuggi da Foggia”. E poi in una soleggiata estate  decido che forse Foggia è in tempo per scrivere una pagina di associazionismo vero. Credo che Arcigay possa nascere in questo posto. Lì credo si sia concretizzato l’inizio del mio disincanto. Io non ho mai amato le catalogazioni. Chissà perché?? Per me i diritti civili non sono inquadrabili in uno schieramento politico o in una ideologia. Forse anche perché le ideologie sono in crisi.

Così non è andata, mentre costruivo, attorno a me sorgeva un interesse politico, personale, partitocratico che ha man mano schiacciato il mio sogno: un luogo semplice dove potersi confrontare e incontrarsi. Non le grandi manifestazioni, i palcoscenici o i convegni. Quelli sono belli ma la mia idea andava oltre: preparare il substrato culturale di una terra affetta da siccità. In quei terreni non può scorrere acqua violenta, farebbe danni, non sarebbe assorbita adeguatamente.

Ho sempre creduto che solo una rivoluzione culturale può preparare al meglio. Non puoi mettere a disposizione di una persona a digiuno di informatica un pacchetto con programmi avanzati. Non li userebbe o lo farebbe male. Purtroppo quando le persone che ti circondano hanno delle idee diametralmente opposte, ecco che hai due possibilità: omologarti o compiere una pazzia. Omologarmi? Nuovamente? Come quando evitavo di raccontarmi certe cose, certe verità. Chiuso in una stanza a chiedermi perché… No, non potevo accettare questa contraddizione in termini. Ed allora la pazzia… si, di quelle che ti portano a contrastare anche l’amico o l’amica, quella che ti fa dire ciò che pensi anche all’esponente di partito che pensa di arrogarsi il compito di poter intervenire in certe cose esercitando un diritto reale di godimento. Ma la pazzia si sa va arginata e a poco poco comprendo che quella creatura che ho concepito, amato, fatto fare i primi passi non rispecchia più me, è altro da me. E in quel ripudio sono al bivio: accettare di poter prendere da questo associazionismo quel che può fare bene alla mia crescita sociale e alla mia affermazione personale oppure lasciare tutto e abbandonare un lavoro enorme. Nell’autunno del 2012 scopro una cosa che mi sconvolge, un po’ come rendersi conto di avere accanto la servetta trace di Talete che ride mentre questi cade nel fosso osservando le stelle.
È troppo, lascio. Senza clamori e senza accuse. Sono ferito ma anche orgoglioso. Inizia un periodo in cui tutto ciò che ho fatto viene demonizzato. Piccoli passi per prendere possesso di una creazione semplice e lieve per trasformarla in una macchina da guerra mediatica. Oggi di tutto quel periodo resta solo il nome scelto anche da me. Il resto è un contenitore diverso. Talmente diverso che spinge gli attuali membri ad evitare di associare il mio nome ad ogni ricordo fondativo.

Da parte mia con una forza che non immaginavo supero gli schizzi di fango che si sollevano. Alcune volte rispondendo a mia volta con un tono arrabbiato, offuscato e non più sereno. Convinto solo di non voler tradire il mio essere, che resta l’unico mio avere. Un anno, un lunghissimo anno di tante cose, alcune molto molto belle ma in cui non riesco più a scrivere. Un blocco che porta ad irrigidire la mia mano. Un anno in cui ho compreso che ora sono forte davvero. Che non ho paura di nulla. Che sono in grado di andare contro tutti per un’idea.

E mentre mi sembra di rassegnarmi a questo incedere del tempo e del mio blocco, giunge il tuo lavoro. “Anatomia di un amore” mi entra dentro, mi fa comprendere che nulla è scontato, nulla è per sempre, che tutto possiamo cacciare, escludere ma si tratta di meri rinvii. Come per Davide e Micol giunge il tempo dell’incontro fisico. Mentre leggo e comprendo che quell’incontro è realtà, comprendo che ho voglia di comunicare. Non ci sono giornali, televisioni, associazioni o presentazioni di libro. Non importa.
Chiamo il mio adorato Aldo e gli propongo: “voglio inaugurare un blog”. Si, un blog per continuare a parlare di me, di noi, di tutti noi o solo di chi vorrà leggere o al limite anche solo per me stesso. Non mi interessa, la penna scivola di nuovo fluida, il sangue pulsa e la testa comunica. E le lacrime scorrono, tante, salate, immensamente vere e reali. Gianfranco è lo stesso di prima. Ed è vivo.

Grazie a te Flaminia e grazie a Marinella. Due persone che mi hanno offerto le parole mentre annegavo nel mare dell’inedia e che oggi mi restituiscono ancora più libero, curioso ma libero. Talmente libero da volerti raccontare questo mio essere che è tale pubblicamente, alla luce del sole o della luna (come si preferisce) mentre l’aria accarezza la nostra amicizia… 
Gianfranco



40 

 

da Flaminia

Delle “anime belle” che hanno camminato su questa stessa terra prima di noi, spesso ci restano solo gli scritti e le lettere che quelle persone si spedivano per cercare un contatto, un abbraccio alle loro solitudini, effetto di scelte difficili spesso inusuali. È trascorso il tempo, loro hanno lasciato questi luoghi, e noi andiamo alla loro ricerca, con ostinazione cerchiamo di ritrovare quello che quelle anime sentivano, ciò che le dilaniava o le emozionava, vogliamo ancora stare con loro, cerchiamo frammenti di ciò che non può più esistere… E troviamo quelle lettere, quegli scritti mandati ai loro amici, a coloro dai quali cercavano sostegno, amore.
Così nulla cambia, caro amico. Noi, oggi, al tempo di Internet, ci scriviamo lettere di BIT, e cerchiamo conforto e sostegno l’un l’altra.
E non importano neanche più le ragioni del dolore né quelle della gioia, il motivo che ti ha ferito. Il tuo racconto non ha valore nei particolari del torto subito, della violenza cieca e ignorante che ha cercato di strumentalizzare, sfruttare oltre ogni limite della umana decenza. Quello che resterà di noi, quando neppure più si identificherà cos’era arcigay o cos’erano Foggia e Roma agli inizi di questo XXI secolo, siamo noi: anime che erano alla ricerca di amore e condivisione.
Resterà questa storia “impossibile” di una relazione di mente e cuore al di là di distanza e circostanze, il tuo e il mio sorriso, le nostre lacrime salate, e l’emozione di un cielo dove le nuvole non si fermano mai…
Flaminia

40

da Marinella

Ricordo quella splendida estate romana, il nostro incontro, la presentazione del tuo libro…. le chiacchiere fino a notte tarda. E quel senso di appartenenza e condivisione che ci ha pervasi… e non ci ha mai lasciati. Noi anime belle ci siamo incontrate e continueremo a cercarci e a trovarci, indifferenti ai malvagi e agli invidiosi, noi proseguiremo nel nostro cammino tenendoci idealmente per mano.
Marinella


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