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Sul leggere: leggendo Murakami

leggere

Leggere, un piacere del quale oggi abbiamo dimenticato il gusto.
Leggere narrativa, un piacere da riscoprire...

 

 

Quando un autore mi piace, mi assicuro -il più in fretta possibile- tutta la sua bibliografia disponibile… Ma poi la leggo “centellinando” i libri disponibili. Questo ovviamente per non consumarmi ogni possibilità di piacere futuro. Posso così partire alla scoperta di nuovi autori, lasciare che mi deludano e ogni tanto tornare al piacere di una lettura “garantita”.

Così, in questi giorni, dopo non aver portato a termine una lettura che non mi ha convinta né per i contenuti né per la forma (e per quieto vivere mi asterrò dal dire di cosa/chi si tratta), mi sono concessa di leggere -traendolo dalla mia piccola scorta- un romanzo che ancora non avevo letto di Haruki Murakami, il controverso autore giapponese, a noi contemporaneo.
Haruki Murakami
Di lui ho amato con tutta me stessa L’Uccello che girava le Viti del Mondo, una lettura che -man mano che si appressava alla fine, rallentavo… Non rassegnandomi a restare orfana dei suoi personaggi né delle loro vicende.

Mi ha un po’ delusa invece il romanzo che lo ha lanciato nel mondo e cioé Norwegian Wood (in italiano Tokyo Blues) mentre mi ha molto intrigata la prima parte di 1Q84 e lasciata insoddisfatta la seconda. Quindi è questo un autore che sto studiando e seguendo da vicino. Nei giorni scorsi su un social network ho trovato citato un passo di un suo romanzo, mi ha conquistata e ora mi sto concedendo il piacere di leggerlo e studiarlo. Si tratta de La ragazza dello Sputnik (1999).


Scrivo di questo romanzo ora, molto in anticipo rispetto alla fine della mia lettura, perché mi ha colpita il pensiero di un personaggio, del quale Murakami racconta:
«(…) Myu, ad eccezione di qualche cosa di poco impegnativo per ammazzare il tempo, non leggeva quasi mai romanzi. Non riesco mai a dimenticarmi del fatto che si tratta di cose inventate, e questo mi impedisce di immedesimarmi nei personaggi, spiegò, è sempre stato così. Per questa ragione riusciva a leggere solo cose che descrivessero la realtà in termini di realtà, e che magari potevano tornarle utili per il suo lavoro.»


Leggere questo passo, nel romanzo di Murakami, mi ha ricordato che anch’io ho incontrato (solo qualche volta per fortuna) persone che mi dichiaravano la loro avversione per la letteratura, i romanzi. E di questo mi sono spesso interrogata.
Si trattava di bambini a cui erano state narrate poche fiabe? Di qualcuno dotato di poca o nessuna fantasia, creatività?
Certo si tratta di persone che a causa di questa loro prevenzione perdono uno dei grandi piaceri della vita.
E, ancora a proposito della Myu di Murakami, vorrei aggiungere una breve precisazione: lei parla di “cose inventate”… ma definire in questo modo racconti e personaggi dimostra una scarsa conoscenza dei processi creativi che portano alla composizione di un romanzo. Lo scrittore, in realtà, è l’artefice di uno splendido puzzle, nel quale realtà e immaginazione si alternano e si confondono sino all’inverosimile.
Il personaggio di un libro è, alle volte, la perfetta sintesi delle gambe dello scrittore, delle braccia di una sua prozia, del ciuffo del suo migliore amico e dell’avversione per i ravanelli della sua tata. “cose inventate”? tutt’altro, semmai si tratta del variegato e avvincente modo della fantasia creatrice di un essere umano e rinunciarvi a priori è davvero volersi male…
Flaminia

 
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