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Regole universali per i segni grafici. Esistono?

 

segni-di-punteggiatura

Cosa pensano i selfpublisher? Ecco quanto è emerso da una recente discussione nel gruppo coordinato da Concetta D'Orazio




 

Quando si scrive un libro, la prima stesura, generalmente, procede spedita. L’autore, nel nostro caso autore self o indie, concentrato a mettere giù la storia, non si preoccupa più di tanto di definire in maniera precisa quali segni grafici utilizzerà al momento di passare in bella copia, vale a dire di pubblicare online, la sua opera.

Nel corso della seconda redazione, il nostro scrittore indie sorvolerà di nuovo il problema, pensando che è ancora presto per decidere su questioni che appaiono al momento marginali, rispetto all’economia generale del libro, tornando a concentrarsi su problemi inerenti alla coerenza e alla logicità degli avvenimenti da descrivere.

Arriverà il momento in cui sarà necessario prendere una decisione. Immancabilmente la confusione relativa ai segni e ai caratteri da usare, per le varie occorrenze, sarà infinita. E se i dubbi relativi al font e alla grandezza delle lettere saranno presto fugati dal fatto che, nello store di destinazione del file del libro, essi perderanno la loro peculiarità per uniformarsi alla consuetudine che è generalmente adottata su quella piattaforma, alcune questioni tuttavia rimarranno aperte.

Fra queste primeggia senza dubbio quella relativa alla maniera di rendere i dialoghi. L’autore sarà costretto a decidere se usare le virgolette alte, quelle basse (caporali), se sarà sufficiente un trattino iniziale o se ne occorreranno due.

Lo scrittore per così dire tradizionale, colui che pubblica con casa editrice, non si porrà di questi problemi, dal momento che, qualunque sarà la sua scelta grafica essa verrà ineluttabilmente sottoposta a controllo e ad eventuale sostituzione da parte del revisore che provvederà ad uniformare il testo ai canoni adottati nell’ambito di quella casa editrice.

L’autore che pubblica da solo, invece, dovrà fissare una direttiva di stile, da seguire per tutto il libro o anche per l’intera sua collana.

Nel nostro Paese non esistono norme definite e puntuali e, per introdurre i dialoghi, ciascuno si regola a suo piacimento.

Molti autori usano le virgolette alte, “, soprattutto quelle a due stanghette (apici), anche se a volte mi è capitato di vedere quelle semplici, cioè con un solo segno ‘ . A me non piacciono entrambe, producono molta confusione nel testo.

Il disordine aumenta se esse vengono altresì utilizzate per isolare parole dal significato “particolare”.

Il trattino, –, sembra più elegante, a condizione che ne venga inserito soltanto uno per introdurre il discorso diretto.

Due trattini, uno all’inizio e uno alla fine del discorso diretto, appesantiscono molto lo scritto, rendendolo poco gradevole alla vista.

Sono assolutamente da evitare, a mio dire, le virgolettone, << >>, utilizzate da qualcuno per sostituire quelle basse.

Le mie preferite sono le virgolette caporali, «». Le trovo molto delicate ed aggraziate.

I caporali hanno, inoltre, la praticità di isolare il discorso diretto, senza farlo confondere con altro, dal momento che vengono usati solo per quello scopo.

L’inserimento di questo tipo di virgolette può risultare più macchinoso, dal momento che questi segni non si trovano visibili sulla tastiera. Ogni programma di video scrittura prevede un procedimento, nel word, ad esempio, è sufficiente cercare i caporali fra i simboli. Atri software prevedono delle combinazioni di tasti e/o di numeri.

Una volta compreso e memorizzato il meccanismo sarà facile superare questa difficoltà.

E quando il discorso non è diretto? Come si fa ad esprimere pensieri, riflessioni, ma anche parole che un personaggio sussurra a se stesso?

In questi casi, chi scrive troverà un valido aiuto nella forma in corsivo. Sarà così possibile isolare dal resto del testo una parola, una frase, un intero periodo.

Sarà bene utilizzare il corsivo anche per altre situazioni particolari: inserimento di parole straniere, di termini tecnici, di soprannomi e così via.
Concetta D’Orazio

 

 


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